Casa Savil  Click here for the English version

Finita la scuola, Josh e Caleb decisero di festeggiare andando a folleggiare un po’ di notte per le strade. Ad un certo punto,senza neanche accorgersene, si trovarono a pochi passi da Casa Savil. Si trattava di una villa vecchia, diroccata, con le persiane e le porte fatiscenti; al suo interno tutto era ancora come lo aveva lasciato l'antico inquilino, sebbene i vandali potessero prendere tutto ciò che volevano. Si diceva in giro che quella casa fosse infestata dal fantasma del vecchio proprietario,Arthur Savil, il quale era stato ucciso misteriosamente nella sua stessa villa. Chiunque fosse stato ad ucciderlo,non era mai stato catturato e nessuno si era dato la pena di cercare questo fantomatico assassino, perché il signor Savil era un uomo scorbutico e intrattabile con tutti. I ragazzi si guardarono con un sorriso sulle labbra: sarebbe stato eccitante poter raccontare agli amici che erano entrati in Casa Sevil a mezzanotte e filmare tutto con il loro cellulare… già immaginavano la faccia degli amici che credevano alla storia del fantasma! Loro dicevano che il vecchio Arthur si sarebbe vendicato di chiunque fosse entrato nella sua casa, per questo nessuno aveva mai preso niente. Ma per i due ragazzi erano tutte balle…volevano dimostrare di essere più coraggiosi degli altri. Così decisero di entrare. Aprirono il cancelletto, ormai instabile e cigolante, e oltrepassarano il giardino morto. Arrivati alla porta, Josh e Caleb si scambiarono uno sguardo ed entrarono. La porta cigolò sinistramente, ma nessuno dei due si perse di coraggio. La casa odorava di marcio, di vecchio; c’era uno spesso strato di polvere dappertutto e grossi tappeti ricoprivano il pavimento sbeccato che c’era sotto.
"Cos’avrebbe di spaventoso, questa catapecchia?"- borbottò Caleb.
Josh rise e riservò uno sguardo di disprezzo all’intera stanza,subito seguito da un brivido improvviso: il salotto sembrava li stesse osservando.
"Sarà la fama del luogo a suggestionarmi!" - si disse Josh.
Diedero un’occhiata anche alle altre stanze, senza fretta, spostando alcuni oggetti per bighellonare un pò. Josh prese da una stanza una cornice vuota, senza foto e con un vetro piuttosto sporco. Dopo averla osservata,la buttò per terra, senza ritegno. La cornice si ruppe e il vetro andò in frantumi. Arrivarono al piano superiore, passando per le scale scricchiolanti, ed entrarono in quella che un tempo era una bella camera da letto. Era proprio lì, nel suo sontuoso letto, durante il sonno,che era stato ucciso il leggendario Arthur Savil.
"Qui'non c’è niente di interessante"- disse Josh.
Improvvisamente risuonarono dodici rintocchi di un vecchio orologio: era mezzanotte. I due ragazzi si fermarono, come pietrificati. I suoni sembravano provenire dalla casa, forse da quel grosso orologio stile vittoriano che era giù nel salotto. Eppure non era parso loro che funzionasse… Si guardarono: c’era qualcosa nell’atmosfera...qualcosa di inquietante, che non li convinceva. Un brivido freddo li scosse. Qualcosa d’inatteso attirò i loro sguardi: sul copriletto sgualcito stava succedendo qualcosa. Una macchia scura si allargava, impregnando il letto; un liquido scuro, denso, dall’odore forte….lo riconobbero subito, nonostante non ne avessero mai visto così tanto e così da vicino: sangue! Un’enorme pozza di sangue si stava allargando sotto i loro occhi, esattamente dove molti anni prima il corpo di Arthur Savil veniva colpito a morte. Josh sbarrò gli occhi e Caleb aprì la bocca, ma nn riuscì ad emettere alcun suono. La paura li paralizzava. Ormai i dodici rintocchi erano cessati, ma si poteva ancora sentire quel suono lugubre, tenebroso, quell’eco lontana che ancora permaneva nell’aria. I due ragazzi sentirono dei passi dietro di loro; non ebbero nemmeno la forza di scappare. Quando i passi smisero, i due si voltarono verso la porta: una figura li osservava con gli occhi iniettati di sangue. Il fantasma del vecchio Savil! Dalla finestra in salotto entrò un lieve alito di vento che accarezzò la cornice vuota: il vetro era intatto ed era tornata esattamente al suo posto. Nessuno rivide più Josh e Caleb, nessuno seppe più nulla. Ma quella sera, a mezzanotte, qualcuno giurò di aver sentito delle urla strazianti provenire da Casa Savil…urla che facevano accapponare la pelle... Urla di morte.


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Il sorriso della Morte  Click here for the English version

Abbandonato ormai dai parenti in quel triste reparto di geriatria,dimenticato dal mondo,il vecchio Rupert guardava dalla finestra quel cielo di fine Febbraio,in silenzio,aspettando solo che i suoi occhi,ormai stanchi di piangere,si spegnessero x sempre.Un giorno notò una nuova e strana presenza in fondo al corridoio:una vecchia dalla pelle rugosa e con i capelli lisci, lunghi, bianchi, sciolti sulle spalle magre;stava seduta e ,con occhio indiscreto, osservava la gente passare.In quel viavai di feriti, barelle e portantini sembrava scomparire. Come fosse nessuno, come fosse lontana. Una macchia ingiallita sull'intonaco bianco dell'ospedale. Nelle ore di visita, stava seduta,ritta come un faro, quasi abbandonata sulla sua sedia e con le braccia languidamente in grembo,mentre seguiva con lo sguardo i passanti... Come in attesa, come aspettasse qualcuno. Gli occhi indugiavano su un barbone col braccio rotto, o su una prostituta dall'occhio pesto. Poi tornavano sulla folla, si perdevano nel vuoto, si spegnevano per poi ravvivarsi un istante dopo. Per giorni Rupert la vide lì, immobile, senza che nessuno si curasse di lei.Fino a quando, un giorno, un dolore al petto lo fece accasciare al suolo. Fu così che i suoi occhi si chiusero, non prima di vedere l'abbozzo di un sorriso invadere il volto di lei.


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Il campo di zucche  Click here for the English version

"Vieni a vedere, vieni a vedere che cosa ho trovato... Stamattina sono andato nel campo delle zucche e... Vieni, vieni a vedere anche tu...", insiste con voce ansante Jack,un anziano contadino. É un umido pomeriggio di fine agosto. Il sole rosso sta per tramontare. Avanzo nel terreno fangoso,seguendo malvolentieri il grasso Jack che cammina dondolandosi. In fondo al sentiero basso si stende la piantagione di zucche. Per terra ci sono enormi pozzanghere e l'aria è satura di umidità. Camminiamo fra foglie ruvide di zucche che fanno un rumore di carta spiegazzata.
"Dove diavolo stiamo andando?" chiedo confuso.
"Siamo quasi arrivati" sbuffa Jack. "Dovrebbe essere qui... Ecco, là! Guarda!"
Due zucche color rosso fuoco, enormi e deformi, stanno adagiate tra le foglie.
"Ma ti sembrano zucche queste? É roba da fotografare! É roba da mettere sul giornale..." grida Jack.
"Beh, sì, forse..."
"É roba dell'altro mondo, questa!".
Un paio di sere dopo, al ritorno dal lavoro, passo davanti alla casa di Jack. Lui è ancora nell'orto e mi chiama agitando il braccio. Scendo dalla bicicletta e lo raggiungo vicino a un' aiuola di melanzane. Gli edifici degli essiccatoi mandano un'ombra cupa e fredda. Le distese di meli di fronte sono immerse nella foschia. Ci sono mucchi di legna marci. Un pagliaio è fradicio d' acqua. Jack sembra fuori di sé stasera:"Ne ho trovata un'altra, ed è ancora più grossa!"
"Beh, adesso non ho tempo..."
"É mostruosa ti dico! Seguimi!"
Ci incamminiamo ancora per il sentiero in discesa verso la piantagione di zucche. Il cielo è color grigio piombo, eccetto per una macchia rossastra laggiù a ovest. Gli stivali di Jack affondano nel fango e io ho le scarpe tutte bagnate mentre cammino sui ciuffi d'erba umidi. Quando arriviamo in vista della piantagione di zucche,Jack si ferma un attimo. Poi entra con decisione in mezzo alle foglie camminando verso ovest. Arriviamo vicino alle due zucche che abbiamo visto alcune sere fa. Adesso sembrano ancora più rosse e grosse.Jack non bada a loro, prosegue oltre e borbotta:"Stamattina mi sono spinto più avanti per cercare quelle mature e ho visto..." Si ferma di colpo. C'è una zucca gigantesca là davanti,di color rosso infernale. Ci avviciniamo con precauzione e terrore. La zucca ci arriva fino all'inguine. É grossa e deforme, semiaffondata nel terreno.
"Peserà almeno dieci quintali" afferma Jack.
"Beh, no, non so..." - Non so neanche io cosa rispondere. Non ho mai visto una cosa simile prima d'ora... Là in quella solitudine, in mezzo a quel campo di zucche, sento uno strano malessere e provo il bisogno di andare via. Un'altra settimana di piogge, di giorni tetri. Un tardo pomeriggio, con un sole giallo e pallido, ritorno a casa stanco dal giornale. C'è ancora Jack nell'orto, e appena mi vede mi fa strani segni con tutte e due le braccia per chiamarmi. Ma sono troppo stanco e gli grido che ripasserò. Anche la sera successiva Jack mi chiama facendo dei segni che non capisco. Ma ho troppa fretta e gli grido di aspettare. Nei primi giorni di ottobre Jack non è più nell'orto, dove tutto è marcito e in disordine. Verso fine mese, quando la campagna d'autunno è infangata sotto strati di foglie morte, una sera mi fermo a casa di Jack per salutarlo. Nella cucina bassa accanto al camino c'è solo una grassa vecchia paralitica. Io le chiedo chi sia e dove si trovi Jack; con voce spigolosa mi dice che è sua madre e che Jack è andato via
"Una mattina è andato nel campo a prendere le zucche da portare al mercato... Da allora non è più tornato!" - un sorriso sinistro balenò nella sua bocca sdentata. Esco pensieroso....mi sento perplesso. Poi capisco d'un tratto il motivo della mia inquietudine:in una delle rare volte in cui Jack mi aveva parlato di sua madre,mi accennò che era morta di colera,quando ancora lui era un ragazzo... Il mio respiro divenne accelerato e sentii un brivido freddo. Forse era troppo tardi per cercare il povero Jack!


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Bambole  Click here for the English version

La vecchia Crystal pettinava le sue bambole:aveva un viso cupo e triste e la sua pelle,coperta da copiose rughe, era bianca come il latte. Crystal amava le sue bambole. Indosso’ la sua lunga camicia da notte bianca, con bordi in pizzo e nastri viola e si accovaccio’ nel suo letto a baldacchino, un grande letto scricchiolante e freddo, dalle coperte sempre ruvide e pulite. Le bambole la osservavano da ogni angolo della camera, ne aveva piu’ di 300... Dal corridoio arrivavano i rintocchi del vecchio pendolo ereditato dai suoi avi... 12 rintocchi, e’ ora! Un forte vento soffia attraverso i finestroni immensi e sibila… Le gocce di cristallo del grande lampadario risuonano... Una luna luccicante pulsa in cielo, illuminando tutto di una luce argentea e spettrale... Crystal si alza dal letto. Ed anche le bambole si alzano, si alzano in piedi e si mettono a correre all’impazzata, escono dalla camera e corrono per tutta la grande villa, ridono, gridano e ghignano sommessamente. Sono bambole strane, perdono sangue dagli occhi. Odore di sangue ovunque. Crystal e’ in piedi davanti alla finestra aperta e guarda la luna, il vento le scuote i capelli, la camicia da notte si alza, il crocefisso al suo collo picchia contro al suo petto etereo e freddo. Le bambole fanno baldoria dietro di lei. Il pavimento e’ freddo... Crystal si gira con un’espressione immutata nel tempo, come quella di una bambola, e si dirige verso la camera delle figlia scomparsa prematuramente; entra, la maniglia della porta e’ fredda, come tutto dentro quella casa... Quella triste villa vittoriana... maledetta villa! La camera e’ buia, solo la lieve luce lunare penetra dalle spesse tende nere; Crystal afferra la fotografia,ormai sbiadita,di lei che ride felice cn la sua bimba in braccio... Una bambola spia dentro dalla porta semiaperta: Crystal la fulmina con lo sguardo ed essa corre via, facendo saltellare le sue gambine di porcellana ed i suoi boccoli d’oro... Sguardo vitreo,immobile,fisso su quella foto. un gemito improvviso,un singhiozzo... poi un tonfo sordo e un rumore di vetri sul pavimento...il ritratto tanto caro alla vecchia giace ora a terra,in mille pezzi,dopo essere stato scagliato contro la vasta parete bianca... Ora Crystal sa che cosa deve fare. Va in cucina, le bambole la seguono incuriosite e bisbigliano “che cosa fa? che cosa vuole fare?" Crystal apre il cassetto dei coltelli e ne estrae uno lunghissimo; la punta luccica alla luna, come i suoi occhi. Ritorna nella sua stanza , percorrendo a piccoli passi il corridoio; le bambole le fanno spazio ritraendosi sulle pareti, impaurite da colei che le pettinava una ad una tutte le sere. Crystal sale sul letto, si siede, la luna illumina il suo viso di un’angoscia straziante, impugna il coltello e se lo pianta nello stomaco...Spinge,sempre più forte, mentre il sangue esce copioso e scuro, e lacrime spesse le percorrono le guance pallide, ammantate di un viola funereo... sta morendo ,sta soffrendo! Coltri di sangue adesso coprono i sorrisi dei giorni felici con la sua bimba, le lunghe passeggiate nella foresta, i teneri baci e gli abbracci della figlioletta,quando tornava da scuola... Le bambole osservano in un silenzio tombale, mentre il corpo di Crystal cade sul letto ,straziato. Poi tornano al loro posto, su mensole e mobili, mentre il balenio di un lampo illumina per un istante i loro occhi ancora imperlati di lacrime.


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Il Segreto  Click here for the English version

Tanto tempo fa, nella provincia di Tamba, viveva un ricco mercante di nome Inamuraya Gensuke. Aveva una figlia che si chiamava O-Sono. Poiché era molto intelligente e graziosa, il padre era molto dispiaciuto che crescesse soltanto con gli insegnamenti che le potevano impartire i maestri locali. Per questo la affidò ad alcuni fidati servitori e la mandò a Kyoto, perché ricevesse una educazione completa come le ragazze della capitale. Dopo avere ricevuto gli insegnamenti del caso, sposò il figlio di un amico di famiglia – un mercante di nome Nagaraya – e visse tranquilla e felice con lui per quasi quattro anni. Ebbero anche un figlio, ma un brutto giorno O-Sono si ammalò e morì proprio nel quarto anniversario di matrimonio. La sera successiva al funerale di O-Sono, il bambino disse che la mamma era ritornata e l’aveva vista nella stanza al piano di sopra. Aggiunse che gli aveva sorriso, ma non voleva parlargli, per cui si era spaventato, e lei se n’era andata. Allora alcuni della famiglia salirono nella stanza per vedere cosa era successo a O-Sono. Alla luce di una piccola lanterna, videro davanti a una lampada accesa dinanzi a un altare che si trovava in quella stanza, l’immagine della madre morta. Sembrava che stesse in piedi davanti a un tansu,cioè un cassettone che conteneva ancora i suoi ornamenti e oggetti di abbigliamento. La testa e le spalle si potevano vedere molto bene, ma dalla cintola in giù l’immagine tendeva a diventare invisibile, come un riflesso imperfetto, come un’ombra sull’acqua. I presenti si spaventarono e uscirono dalla stanza. Al piano di sotto si consultarono, e la madre del marito di O-Sono disse: «Una donna ama molto i suoi piccoli oggetti, e O-Sono era molto affezionata alle proprie cose. Forse è tornata per rivederle. Molte persone morte desiderano farlo, a meno che le loro cose non siano state donate al tempio. Se presentiamo al tempio gli abiti e le cinture di O-Sono, è probabile che la sua anima troverà la pace». Furono d’accordo che questo andava fatto il più presto possibile. E così il mattino seguente svuotarono i cassetti, e tutti gli ornamenti e gli abiti di O-Sono furono recati al tempio. Ma lei fece ritorno anche la notte successiva e osservò il tansu proprio come prima. E così la notte dopo e quella dopo ancora e tutte le altre notti, e la casa diventò una casa del terrore. La madre del marito di O-Sono si recò allora al tempio e raccontò al capo dei sacerdoti tutto ciò che era successo, chiedendogli un consiglio spirituale.Il capo dei sacerdoti era un vecchio saggio di nome Daigen Osho. Disse alla donna:
«Dev’esserci qualcosa che desidera ardentemente dentro o vicino a quel tansu».
«Ma abbiamo svuotato tutti i cassetti», replicò la donna; «non c’è più niente nel tansu».
«Ebbene», disse Daigen Osho, «questa sera verrò a casa vostra e starò di guardia in quella stanza per vedere cosa posso fare. Devi dare ordine che nessuno entri nella stanza mentre sono di guardia, a meno che io non chiami».
Dopo il tramonto, Daigen Osho si recò alla casa e trovò la stanza preparata per lui. Vi rimase da solo recitando delle preghiere, ma nulla apparve fino a quando fu passata l’ora del topo [le 23.00]. Quand’ecco che l’immagine di O-Sono si delineò all’improvviso davanti al tansu. Sul suo viso aleggiava uno sguardo inquieto, e teneva gli occhi fissi sul tansu. Il sacerdote recitò la formula sacra prescritta per tali circostanze, poi, rivolgendosi alla figura O-Sono, disse:
«Sono venuto qui per aiutarti. Forse in quel tansu c’è qualcosa per la quale hai motivo di sentirti inquieta. Posso tentare di trovarlo per te?»
L’ombra diede segno di acconsentire con un lieve movimento del capo. Allora il sacerdote, alzatosi in piedi, aprì il cassetto in alto. Era vuoto. Poi aprì il secondo, il terzo e il quarto cassetto, cercando con cura dietro e sotto di essi, ed esaminando infine attentamente la parte interna della cassapanca. Non trovò nulla, ma l’apparizione teneva lo sguardo fisso con la stessa ansia di prima.
“Chissà cosa può volere?” pensò il sacerdote. All’improvviso gli venne in mente che poteva esserci qualcosa nascosto sotto la carta con cui erano foderati i cassetti. Tolse la carta del primo cassetto: nulla. Tolse la carta del secondo e del terzo cassetto: ancora nulla. Ma sotto la carta del cassetto più in basso trovò una lettera.
«È questo ciò che ti preoccupava tanto?» domandò.
L’ombra della donna si voltò verso di lui con lo sguardo esangue fisso sulla lettera.
«Vuoi che la bruci per te?» chiese.
Lei si inchinò verso di lui.
«Ebbene, sarà bruciata nel tempio domattina presto,» promise, «e nessuno la leggerà tranne me».
L’apparizione sorrise e svanì. Stava spuntando l’alba quando il sacerdote scese le scale e trovò la famiglia che aspettava ansiosamente
«Non preoccupatevi», disse loro: «non ricomparirà».
E così fu. La lettera fu bruciata. Era una lettera d’amore scritta a O-Sono quando studiava a Kyoto. Ma solo il sacerdote venne a sapere cosa conteneva, e il segreto morì con lui.

(Leggenda Giapponese)


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L'incidente  Click here for the English version

Murchison era stupito per la velocità fuori dal comune con la quale era scampato all'auto in fiamme, poichè ora poteva vedere la vampa rossa sulla strada solitaria: erano stati stupidi ad azzuffarsi, lui e Bargrave, e a spingere in quel modo il maledetto veicolo; da quando aveva sentito il primo contatto del fuoco liberatosi dalle lamiere non aveva smesso di correre. Si domandava perchè avessero litigato; la paura gli aveva prosciugato la memoria, ma sapeva per certo che detestava Bargrave: Il paesaggio era stranamente oscuro, come l'oscurità che si verifica durante un'eclissi. Murchison,ancora in fuga, vide all'improvviso Bargrave davanti a sè che a sua volta si affrettava. Un'attenuata e grigia parvenza di Bargrave, resa ancora più tenue da una leggera brezza. Murchison gridò trionfante:
-"Così sei morto,stupido sciocco!"
-"E tu credi di essere vivo?" Lo schernì il fantasma di Bargrave;
e allora Murchison capì che anche il suo corpo non gli apparteneva più, e che le fiamme rosse non erano la vampa dell'auto che bruciava, bensì la luce della loro prossima destinazione....

(Rantola)


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Jack o Lantern  Click here for the English version

La leggenda di Jack O' Lantern fa parte del folkore irlandese. Jack, noto scommettitore e bevitore, una sera di Halloween invito' il Diavolo a bere insieme a lui. Usciti insieme dalla sua casa, Jack scommise con Satana che quest'ultimo non sarebbe riuscito ad arrampicarsi su un albero.Una volta che il Diavolo salì sull'albero, Jack incise una croce nella corteccia. Il Demonio non potendo piu' discendere a causa del simbolo sacro, dovette accettare il patto propostogli da Jack: se il Diavolo avesse promesso di non tentarlo più, allora avrebbe tolto la croce dall'albero. Il Diavolo accettò. Tuttavia quando Jack morì, le porte del Paradiso gli furono negate a cause della sua vita viziosa, ed anche il Diavolo gli nego' l'accesso all'Inferno a causa del tiro mancino che gli aveva giocato. Il Diavolo però consegno' a Jack un tizzone ardente per illuminare il suo cammino nell'oscurita'. Per farlo durare più a lungo, Jack mise il tizzone in una rapa svuotata. La leggenda vuole che ogni notte di Halloween, Jack vaghi ancora nelle tenebre con la sua brace ardente. Quando agli inzi del secolo ci fu la carestia delle patate in Irlanda, molti Irlandesi emigrarono in America, e portarono con loro le loro antiche tradizioni. In America trovarono le zucche che meglio si adattavano ad essere intagliate rispetto alle rape. Da quel momento è nata la tradizionale Zucca di Halloween o appunto Jack O' Lantern.


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Samhain  Click here for the English version

La tradizione di Halloween risale alla festa di Samhain(che tradotto significa "la fine dell'estate" ), con la quale si celebrava l'anno nuovo presso l'antico popolo celtico. Samhain cadeva alla fine di Ottobre ed era una delle due " notti degli spiriti ":l'altra era Beltaine. In queste due feste si pensava infatti che le porte dell' "annwn" (regno degli spiriti) e del "sidhe" (regno delle fate) fossero aperte. Una leggenda irlandese riferisce che in questo periodo tutte le persone morte l'anno precedente tornassero sulla terra,in cerca di nuovi corpi da possedere per l'anno successivo. Così nei villaggi si spegneva ogni focolare,per evitare che gli spiriti maligni soggiornassero nel villaggio. Il rito principale consisteva nello spegnere il Fuoco Sacro sull'altare e riaccendere il Nuovo Fuoco il mattino seguente. Questo simbolizzava l'arrivo del Nuovo Anno. Quando il mattino giungeva, i Druidi portavano le ceneri ardenti del fuoco presso ogni famiglia,che provvedeva a riaccendere il focolare domestico. In Irlanda, il piatto tipico di Samhain è il cosiddetto "colcannon"(che vuol dire"cavolo chiazzato"):è una ricetta fatta con purè di patate, cavolo tritato e cipolla, servito caldo con molto burro. Solitamente al suo interno si nascondeva una moneta: il fortunato che la trovava nella sua fetta, avrebbe avuto prosperità per l'anno che doveva iniziare. Come altre feste celtiche,anche quella di Samhain passò nella cultura cristiana, dopo che i romani sottomisero i Celti, e quando, più tardi, la Roma cattolica cercò di convertirli. Divenne però chiaro alla Chiesa che i Celti, nonostante la loro apparente sottomissione alla cultura cristiana, continuavano ad aderire testardamente ad alcuni elementi del loro vecchio credo. Cosi', all'incirca nel settimo secolo A.C., la Chiesa spostò il giorno di Ognissanti, una festa che onorava il martirio dei primi cristiani, da maggio al primo novembre, in modo da unirla agli antichi rituali druidici del 31 ottobre. Da allora,in questa giornata si onorarono tutti i morti, non solo i primi santi cristiani, rinforzando così l'associazione con le celebrazioni celtiche. Con il passare del tempo,gli antichi spiriti di Samhain, che una volta venivano ritenuti selvaggi e potenti, assunsero un connotato nettamente diabolico e malvagio. La chiesa affermava infatti che gli dei e tutti gli altri esseri soprannaturali delle religioni antiche costituissero delle manifestazioni del diavolo, volte a condurre l'uomo verso l'adorazione di falsi idoli. Così cominciarono ad apparire rappresentazioni di fantasmi, scheletri,streghe e di altre creature maligne. E' certo che questa esportazione abbia fatto perdere il carattere e l'essenza vera e propria di questa festa, trasformandola nella notte di Halloween,una sorta di party celebrativo per gli esseri soprannaturali e diabolici.


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La Festa dei Morti (Only italian version)

Nella collina solitaria, irta di croci sull'occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d'armenti, c'è un'ora di festa, quando l'autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe. Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c'era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri della sua finestra s'accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell'azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare. Ai suoi piedi, nell'abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre. Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti - nell'ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti - un prete sepolto da cent'anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò «la Camera del Prete». Dal largo, verso Agnone, i naviganti s'additavano l'illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera. Tutto l'anno, i pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli circostanti, colla lenza in mano, non vedevano altro che lo spumeggiare della marea, quando s'internava muggendo nella «Camera del Prete», e il chiarore verdognolo che ne usciva colla risacca; ma non osavano gettarvi l'amo. Un palombaro che s'era arrischiato a penetrarvi, nuotando sott'acqua, uno che non badava né a Dio né al diavolo, pel bisogno che lo stringeva alla gola, e i figliuoli che aspettavano il pane, aveva visto il chiarore ch'era lì dentro, azzurro e ondeggiante al pari di quei fuochi che s'accendono da sé nei cimiteri, il pietrone liscio e piatto, come una gigantesca tavola da pranzo, e i sedili di sasso tutt'intorno, rosi dall'acqua, e bianchi quali ossa al sole. L'onda che s'ingolfava gorgogliando nella caverna, scorreva lenta e livida nell'ombra, e non tornava mai indietro; come non tornò più quel poveretto che s'era strascinato via. L'estate, nell'ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra dei bagnanti, l'onda calma scintillava, rotta dalle braccia di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche, formicolanti come fantasmi sulla spiaggia. - Così quel prete, un sant'uomo, aveva perso l'anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene voluttà, il giorno in cui Lei - la tentazione - era venuta a confessargli il suo peccato, nella chiesetta solitaria ridente al sole di Pasqua, col seno ansante e il capo chino, su cui il riflesso dei vetri scintillanti accendeva delle fiamme impure. Da cent'anni le sue ossa, consunte dal peccato, posavano nella fossa, stringendosi sul petto la stola maculata. Ivi non giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagno, né il canto bramoso dei giovani, né le querele delle lavandaie, né il pianto dei fanciulli abbandonati. La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a posarsi, uno dopo l'altro, su tutti quei cadaveri stesi in fila nei cataletti, sino in fondo al sotterraneo tenebroso, dove faceva apparire per un istante delle figure strane. L'alba vi cresceva in un chiarore smorto, che al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sulle mascelle sdentate. Il giorno lungo della canicola indugiava sotto le arcate verdognole, con un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all'immobilità di quei cadaveri. Erano defunti d'ogni età e d'ogni sesso: guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l'ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano tibie nerastre. Dallo spiraglio aperto nell'azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli. I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d'angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude. Poscia, nell'ore in cui il sole moriva sull'orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusi, e le occhiaie vuote farsi più nere e profonde, quasi il dito della morte vi avesse scavato fino alla sorgente delle lagrime. Là non giungeva nemmeno il mormorio delle preci recitate all'altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto il pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il marmo della lapide. Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casa dei morti, senza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell'ora erravano laggiù, pel mare tempestoso, coi capelli irti d'orrore al sibilo del vento nel sartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla riva, sferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videro forse, nell'ora torbida dell'agonia, e che bagnarono quegli stessi fiori che adesso vanno da una bara all'altra, come li porta il vento. - Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero. - Tanto tempo è passato, insieme alle bufere della notte, e al soffio d'aprile, colle ore che suonano uniformi e impassibili anch'esse sul campanile della chiesuola, sino a quella del convito! A quell'ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle bare tarlate, coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del sepolcro nelle orbite vuote, e scendono in silenzio nella «Camera del Prete», recando nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite, col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate. Più nulla! più nulla! - Né la tua treccia bionda, che ti cade dal cranio nudo. - Né i tuoi occhi bramosi, pei quali egli sfidò il disonore e la morte, onde portarti il bacio delle labbra che non ha più. Ti rammenti, i baci insaziati che dovevano durare eterni? - E neppure i morsi acuti della gelosia, il delirio sanguinoso che mise in mano a quell'altro l'arma omicida. - Né le lagrime che si piangevano attorno a quel letto, e quel morente voleva stamparsi negli occhi dilatati dall'agonia. - Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza già funebre, in quell'attesa già disperata. - Né le carezze con cui il caro bimbo pagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità. - E neppure le lotte in cui l'uno si è logorato. - Né le speranze che hanno accompagnato l'altro sin là. - Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato. - Né i libri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita. - Né la bestemmia del marinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte. - Né la preghiera del prete che implora il perdono dei falli umani. - E non l'azzurro profondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio. - L'onda che s'ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea, e scorre lenta e livida sulla «Tavola del Prete» si porta via per sempre le briciole del convito, e la memoria di ogni cosa. Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l'argano vi geme in mezzo al baccano degli operai. Quando rimossero l'enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall'incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catena dell'argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della «Camera del Prete». Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi. Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.

(G. Verga)


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Una casa per Halloween  Click here for the English version

Quando la vedemmo ci fulminò tutti. Si può dire che ci conquistò prima ancora che la potessimo guardare una seconda volta, per ripensarci. Voltammo la pagina patinata del catalogo di “Mille Avventure”, l’agenzia di viaggi dell’ex moglie di Chico, e la trovammo. Ci trovò. La nostra casa di Halloween. Noi quattro, io, Chico, Palace e Jonny, avevamo una serie di “posti di Halloween”. Ogni anno uno diverso. La “Valle di Halloween”, il “Paese di Halloween”, l’“Isola di Halloween” e così via. Un posto sempre diverso, che fosse un po’ misterioso, almeno per noi. La “Casa di Halloween”, se ne stava in riva a un laghetto di montagna, in una valle che era solo quello e lei. Si specchiava in quella polla d’acqua blu scuro con la vanità di una sirena. Tentatrice. Praticamente eravamo gia là. Spuntammo dall’altra parte del lago, alla fine di una strada, che continuava a contorcersi in un susseguirsi continuo di tornanti: sembrava avesse deciso di non fare quella consegna, di non portarci lì. Chico e Palace continuavano a dirmi di accelerare, che non vedevano l’ora di scendere dal mio maggiolone scassato. Il maggiolone era la “Macchina di Halloween”. Eravamo quattro quarantenni fumati che avevano affittato una casa rossa, chiusa in una valle boscosa, per fare i ragazzini una notte di fine ottobre. Niente alcol nei posti di Halloween, fumo quanto ne volevi, ma niente alcol. La casetta rossa aveva le finestre bordate di bianco e un aspetto un po’ trasandato, obliquo….da Halloween appunto. Il tetto, azzurro pallido, sembrava avvolto in una di quelle carte-regalo che di solito nascondono qualcosa che non ti piace. Tutt’intorno, la foresta, interrotta dalla stradina anonima che ci stava portando là. Davanti al portico, come una lingua sull’acqua immobile, un piccolo molo. Nessuna barca. Nell’aria limpida ebbi l’impressione di essere caduto nella foto dell’agenzia. Dovevamo restare una settimana. La notte d’Ognissanti, dopo aver fatto festa, eravamo usciti sul portico un po’ sbilenco a ululare alla luna, per fermarci poi in riva al lago a raccontare storie brividose, come le definiva Jonny. Ci eravamo aspettati le stelle e un freddo limpido e avevamo scoperto invece una nebbiolina soffice, morbida, che ci deliziò immergendoci ancora di più nell’atmosfera. I primi furono Jonny e Palace, due giorni dopo il nostro arrivo. Uscirono l’uno per prendere legna, l’altro per fare una pisciatina. A Palace faceva schifo il bugigattolo che faceva da cesso alla casa, una turca incrostata di giallo, fetida e scivolosa. La catasta era a meno di dieci metri dalla porta d’ingresso e probabilmente si diressero tutti e due là perché, appena dietro, c’erano tutti gli alberi del mondo per farla al freddo della notte. Erano passati forse cinque minuti, forse di più che Chico mi chiese:
«Ma che fanno quei due?» con un sorriso che non raggiungeva gli occhi. Sembrava un ragazzino che se la sta facendo sotto ma non vuol darlo a vedere.
Io allargai le braccia e mi alzai. L’unica era andare a controllare. Il mio amico si alzò di rimando rovesciando quasi la sedia. Ricordo che ne pensai male. Lo paragonai a una donnetta isterica. Cazzo, se mi sbagliavo! Spalancai la porta e sentii la nebbia. Era come un lenzuolo bagnato che tentava di soffocarmi. Vagava lenta, raggrumandosi in qualche punto, formando macchie dai contorni fumosi nella sua languida lattescenza. Sentii la mia mano serrare la maniglia della porta come fosse un ultimo punto di appoggio affacciato su un mondo ostile. Chico fiatava sulla mia spalla. Uscii sulla veranda. La sensazione d’oppressione peggiorò, dandomi l’idea di essere chiuso in una stanza di manicomio, una stanza imbottita che assorbiva ogni mio tentativo di richiamo agli amici scomparsi. Il portico sembrava la bocca sdentata di una belva. Il lago era assolutamente invisibile dietro un muro bianco che iniziava a metà del piccolo molo.
«E se fossero caduti in acqua?» azzardò quasi piangente Chico.
«Non dire stronzate: erano in due e ne avremmo sentito almeno uno chiamare aiuto.» Replicai brusco.
Un velo di sudore freddo mi raggelava la fronte, mischiandosi con l’acquerugiola rancida della nebbia che mi contornava. Abbandonai il portico con Chico che si era attaccato a un lembo della mia camicia da boscaiolo. Ci incamminammo verso la catasta. Dopo dieci passi la casa era già la sfumata grotta di un incubo grigio. Sembrava un tumore della nebbia, scuro, muffo, indefinito. La catasta si disegnò a poco a poco. Prima di arrivarci, nemmeno a dieci metri dalla porta di quella strana casa, la nebbia si animò. Un gemito che entrava nelle ossa, che seccava la lingua, incollandola al palato. Chico emise un verso disperato, un singhiozzo di terrore infantile, mi voltai e mi trovai a due centimetri dai suoi occhi, persi nella febbre della paura. Sembravano fatti di gelatina liquida, erano l’unica cosa davvero in vista in quell’oscuro grigiore di mondo morto. Eravamo alla catasta di legna. Non c’era traccia dei nostri amici. Davanti a noi il buio senza spiragli della foresta. Gli alberi di quell’intrico frusciavano, emettendo una sorta di lamentoso respiro. La nebbia era immobile e invasa da strani suoni, uggiolii, forse sospiri. Ancora una volta quel verso. Quel lamento tronco si accompagnava a uno strano mutare della nebbia che tendeva ora al viola. Facemmo ancora una ventina di passi. Arrivammo vicino a uno di quegli alberi. Chico mi tratteneva stringendomi una spalla. Mi chiedeva di non andare più avanti, di tornarcene nella casa. Il fusto dell’albero era liscio. Il colore non lo vidi mai. Nell’oscurità totale e nella nebbia, che ci aveva definitivamente serrato in un nulla umido e maleodorante, le mie mani sentirono quel tronco. Era caldo. Sembrava di avere le mani sul ventre di qualcuno: la superficie pulsava. Non appena l’ebbi toccato la mia mente fu invasa dall’immagine di una bocca sanguinolenta che si serrava. Ritrassi il braccio con un sibilo di ribrezzo e di terrore. Avvicinai la mano al viso convinto di vederne i resti straziati tanto era stato il dolore ottenebrante che avevo provato e che continuava a echeggiarmi nella mente. «eheheheh» La risata di un bambino. Non era allegra. Era una specie di imitazione, trasmetteva famelica crudeltà.
«Cazzo, Nick, leviamoci di qui!» fu il sussurro sfibrato di Chico.
Non aveva la forza di andarsene da solo. Non perché mi fosse amico, e lo era. Semplicemente, non ce la faceva ad avventurarsi da solo in quell’inferno d’ovatta grigia. Lo assecondai volentieri. Ci voltammo e prendemmo a correre. Non ci sembrava di esserci allontanati troppo dalla casa. Nonostante ciò arrivammo a scorgere nuovamente la sua brutta sagoma quando eravamo ormai senza fiato. Dovevamo cercare i nostri amici in mezzo a quel deserto grigio-viola? Dovevamo salvare la pelle? Non abbiamo avuto scelta. Forse io mi stavo dirigendo verso il porticato di legno, forse verso il maggiolone. Forse Chico mi ha seguito perché era convinto che davvero stessimo abbandonando quel posto. Non so chi avesse avuto ragione. Ma la Macchina di Halloween non c’era più. Davanti a noi solo il fantasma evanescente di quella maledetta casa, che sembrava l’incubo di un delirante. «Eheheheheh» Ancora quella risata maledetta. Un odore marcio e dolciastro, di cadaveri in putrefazione. Un biascicare acquoso liquido, gorgogliante dal lago veniva verso di noi. Ci precipitammo verso l’indefinito contorno della casa. Da allora non ho visto più l’alba. Non è mai più sorto il sole. Secondo il mio orologio sono passati due giorni. Mezz’ora fa ho visto l’ultima volta Chico. Doveva andare in bagno. Anche lui. Solo che in bagno, in quel puzzolente stanzino, non c’è nessuno. Ho controllato dieci minuti fa. Forse dovrei cercarlo. Forse dovrei scappare. Ma dovrei comunque uscire. Fuori. Nella nebbia. Ho solo la forza di avere paura. Ma adesso so. Lo sospettavo, ma quando sono tornato dalla latrina senza la minima idea di dove fosse finito Chico, ne ho avuto conferma. Il vecchio pavimento di legno scuro è sporco di sangue. Una lunga striscia attraversa tutta la stanza. Fino alla porta. Socchiusa. Dallo spiraglio grigio e fumoso la nebbia sta cominciando a mangiare la porta. Lo so, sembra impossibile, ma lo stesso la vedo, evanescente e fumosa, avvolgere la porta trasformandola in una figura indefinita. L’uscio è a meno di sei metri da me, la nebbia a meno di cinque, e già non riesco a più a distinguere il legno dal grigio. Magari potrei provare a richiudere la porta, ma non sono sicuro che la troverei. Comunque non credo che servirebbe a fermarla. Non posso più rimanere qui. La nebbia si sta avvicinando col suo strano odore. Nel suo vorticare distinguo qualcosa di confuso, indefinito, non può essere che una persona. Io so già chi è. Posso solo sperare che il Chico di nebbia si ricordi di me…

(Massimo Guetti)


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Ritratti  Click here for the English version

"Che cosa ne dice?" chiese l'ispettore mostrando la foto del cadavere orribilmente straziato a Mitchell.
Questi la osservò e rabbrividì: "Mio Dio... è terribile. Chi può essere stato a commettere una simile mostruosità?" si chiese.
L'ispettore alzò le spalle:
"Non lo so, dovrebbe dirmelo lei, caso mai" puntualizzò.
"Come sarebbe? Non crederà che sia stato io?" rispose Mitchell allibito.
L'ispettore rise e lo tranquillizzò: "Si calmi. Chiunque sia stato, ha una forza fisica notevole e lei non ha questa caratteristica. Però, il fatto strano è che da qualche tempo a questa parte tutti coloro che hanno avuto a che fare con lei muoiono come mosche. Come se lo spiega questo?" domandò sedendosi al suo posto dietro la scrivania.
"Non ne so niente" farfugliò Mitchell.
L'ispettore si stirò alzando le braccia verso il cielo, poi emise un lungo sospiro di disappunto: non amava sprecare il suo tempo.
"Non sospetto direttamente di lei, ma la informo che la stavo facendo sorvegliare da molti giorni, ormai. Io credo che lei ci sia implicato, anche involontariamente. Cosa commercia lei?"
"Forniture elettriche, ma cosa c'entra adesso il mio lavoro?"
"Ha una seconda attività?" chiese ancora l'ispettore
"No"
"Davvero? Allora dove va la sera dopo le dieci da solo?"
A Mitchell non piacque questa domanda: "Come sarebbe a dire?"
"Intendo dire che lei quasi tutte le sere dopo cena esce con l'auto e se ne va per i fatti suoi. Dove non si sa"
"Cosa fa adesso, mi spia?" si risentì lui.
L'ispettore sembrava quasi divertito dalla sua reazione: "Non si meravigli. E' la prassi, succede così per tutti, non creda di essere speciale"
Cì fu una pausa. Mitchell stava diventando sempre più nervoso.
"Allora, che cosa ha da dirmi? Dove va la sera da solo?"
"A prendere una boccata d'aria"
"La racconti ad un altro"
"Voglio un avvocato" protestò.
"Lei è libero di procurarsene uno, ma non è accusato di niente in questo momento. Vorrei solamente che rispondesse alla mia domanda"
"Faccio solo due passi e basta" sbuffò lui.
Mitchell stava chiudendo il cancello col lucchetto quando la brezza crebbe d'intensità. Il vento gli stava scompaginando i capelli, così fu costretto a fermarsi per un istante per risistemarseli con le mani, quando il cancello gli sfuggì di mano andando indietro di colpo e sbattendo. Mitchell imprecò e cercò di tenere ben salda l'altra parte. Questo vento era fortissimo ed innaturale, Mitchell ad un tratto udì un grido straziante provenire dalle sue spalle, non fece in tempo a voltarsi che qualcuno lo afferrò per la giacca e lo trascinò con sé. Mitchell iniziò ad urlare quando capì che si stava letteralmente sollevando da terra. Colui che lo aveva afferrato lo stava trascinando verso l'alto. Stava addirittura volando. Tentò di dimenarsi ma quando vide il volto del suo misterioso aggressore inorridì: aveva la pelle rossa come il fuoco e al posto degli occhi due piccole sferette nere senza pupille. L'essere misterioso si lasciò sfuggire una risata che lo raggelò. Mitchell si svegliò di soprassalto e madido di sudore, per un attimo si sentì come la gola serrata da una forza misteriosa, poi si rese conto di avere avuto un incubo. Affondò la testa nel cuscino e tirò un grosso sospiro di sollievo, poi accese l'abat-jour e fissò la piccola sveglia sul comodino: erano le otto del mattino. Mitchell si mise in macchina e giunse fin verso l'appartamento di Rafter, un suo caro amico d'infanzia, scese dalla vettura e suonò immediatamente il campanello. Non appena Rafter scese al pianterreno il suo amico gli spiegò il motivo della sua visita.
"Sta succedendo di nuovo. Siamo nei guai" gli disse;
"Di che stai parlando?" gli chiese Rafter cadendo dalle nuvole.
"Sai benissimo di cosa sto parlando. Sto parlando di lui,è di nuovo qui" mormorò;
Rafter lo guardò fisso negli occhi, poi lo afferrò per un braccio e gli disse: "Andiamo a parlare di queste cose su da me che è meglio". Detto questo entrambi entrarono nel portone e salirono le scale. Rafter servì un the caldo a Mitchell, il quale dopo avere mandato giù due sorsate si adagiò meglio sulla sedia:
"Abbiamo bisogno di aiuto, dobbiamo parlarne con la polizia. Lo capisci?"mormorò.
Rafter si sedette vicino a lui: "Senti, io ti sono amico, però credo che tu abbia preso un granchio"
"Cristo Santo, ma perché non mi credi? La vita di tante persone è in pericolo, non lo capisci?" urlò Mitchell;
"Dannazione, Mitchell. Non può trattarsi di lui. Sappiamo tutti e due che questa storia dei ritratti è una cosa assurda"
"E allora l'anno scorso a Londra sono morte tre persone uccise da una cosa che non esiste?"
"Mitchell, ascolta. Noi dobbiamo riflettere prima di prendere una decisione"
"E allora cosa conti di fare?" gli chiese lui tamburellando le dita sulla tazzina di porcellana;
"Come fai ad essere sicuro che è qui?"
"L' ho sognato"
"Non è una prova sufficiente" ribatté lui.
"Lo è. Io sento la sua presenza. Adesso è qui a Ravendorf". Mitchell chiuse a chiave la porta e si tolse il cappotto, poi chiuse l'ombrello e lo appoggiò al suo posto, accese la televisione e si adagiò sul divano. Ad un tratto udì come un gemito provenire dalla cantina, allora capì. Si alzò in piedi e scese lentamente le scale fino a giungere nel seminterrato. Lì era buio e freddo, Mitchell rabbrividì toccando una stufa spenta. Dopo pochi passi, il gemito aumentò di intensità. Mitchell si fermò, puntando il fascio di luce della torcia elettrica davanti a sé. Illuminò un volto spettrale, identico all'immagine che aveva sognato.
"Sapevo che saresti tornato da me" sorrise Mitchell, poi si fece sfuggire un paio di colpi di tosse .Il freddo dei giorni precedenti avevano lasciato il segno su di lui. La creatura fece un passo verso di lui:
"Io sono sempre al tuo servizio. Siamo soci, non ti pare?" gli sussurrò con la sua voce che non era una voce.
"Oh, più che soci. Siamo parenti" disse Mitchell. A quel punto scoppiò in una fragorosa risata ilare. La memoria gli era tornata. L'ispettore in quel momento se ne stava tranquillo ad osservare i dipinti nel corridoio della villa di campagna di proprietà del caro Mitchell. Per lui era stato facile entrare, dal momento che possedeva una copia della chiave del portone. Se le era fatta fare appositamente in gran segreto. Proprio per entrare nella suddetta dimora. Non aveva alcun timore di essere scoperto ed accusato di violazione di domicilio. Essendo un uomo di legge, conosceva bene i regolamenti. Sapeva come aggirare i cavilli legali e come fare tornare la cosa a suo vantaggio. Sul cancello vi era un cartello ad altezza degli occhi con una scritta ammonitrice:
PROPRIETA' DI MITCHELL GAWREN ENTRATE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO. PENSATECI.
Ma proprio mentre attraversava il corridoio la sua attenzione fu catturata da un dipinto: L'ispettore allora si paralizzò dal terrore: quel volto era identico a quello di Mitchell. Come era possibile? La data era 1817. Prima che potesse riprendersi dallo stupore, una lieve brezza gelida gli mosse i capelli. Udì una voce provenire dalla penombra.
"Ispettore, ma che piacevole sorpresa...."
Panico. Meccanicamente, mise mano alla fondina. In una frazione di secondo estrasse l'arma e la puntò contro i due. Ma il secondo sinistro individuo si lasciò sfuggire una risata che raggelante era dir poco.
"Che vorresti fare adesso con quella, eh, idiota? Vorresti cambiare il destino?"
"Siete ...siete entrambi in arresto. Uno di voi due è il mostro di Ravendorf. O forse ...forse lo siete tutt' e due" farfugliò; Incredibile, pensò l'uomo di legge. Sto tremando. Non aveva mai avuto paura di nessuno, ma adesso stava tremando come una foglia. Già, certo. E tutto questo semplicemente perché il suo amato sesto senso gli aveva fatto capire che quei due erano esseri umani soltanto in apparenza.
"E così, bello mio" rise ancora il sinistro individuo avvicinandosi a passo lento verso l'ispettore "ancora non hai capito che non puoi fermarci?" Quelle parole non fecero altro che aumentare il terrore in lui. Quel maledetto continuava ad avanzare. L'ispettore a quel punto fece un rapido calcolo mentale. L'unica via di fuga era la porta in fondo al corridoio. Ma non l'avrebbe mai raggiunta in tempo. Doveva a tutti i costi eliminarli entrambi. Sparò il primo colpo. Il proiettile attraversò lo spettro come se nulla fosse e si conficcò nella parete.
"Sei contento, adesso?" lo apostrofò Mitchell in tono dileggiatorio.
L'ispettore urlò, poi sparò una seconda volta. Infine, lo spettro sollevò a quel punto le braccia verso il cielo. L'uomo di legge si sentì a quel punto trasportare da una forza misteriosa.
"ADDIO IDIOTA" - urlò lo spettro. Le sue parole risuonarono nell'aria. In un attimo il terribile potere della creatura soprannaturale lo catapultò alla velocità di un treno in corsa in fondo al corridoio. Il suo corpo sfondò la vetrata e in un attimo precipitò nell'abisso sottostante la collina. Mitchell osservò per un attimo lo spettro, poi sospirò: "Muoviamoci, adesso... ci attende un lungo lavoro da fare"
"Lo so" rise lui.
Continuarono a camminare entrambi lungo il corridoio. Corridoio le cui pareti erano di quadri. Erano i ritratti di tutti gli antenati della famiglia, dal 1500 in poi. Lo spettro altro non era che il vecchio Barone Gawren. E Mitchell era un suo discendente. Peccato che anche lui fosse già morto da un pezzo. Il cosiddetto Mostro di Ravendorf non uccideva a caso come la polizia credeva. Uccideva quelli che avevano tentato nel passato di acquistare la tenuta. Ma ora che erano stati tutti eliminati, più nessuno avrebbe minacciato la sacra pace di quel luogo. La casa sarebbe rimasta a loro. Alla famiglia Gawren. Per sempre. PER SEMPRE.

(Diego Balestri)


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Ombra  Click here for the English version

Voi che leggete siete ancora tra i viventi,ma io che scrivo sarò già da un pezzo nella regione delle ombre.Perchè in verità strane cose accadranno,arcane cose saranno rivelate,e molti secoli trascorreranno prima che queste memorie siano viste dagli uomini. Era stato un anno di terrore e di sentimenti anche più intensi del terrore,per i quali non v'è nome sulla terra. Poichè molti prodigi e segni si erano manifestati a noi,e da ogni parte,sul mare e sulla terra,le nere ali della Pestilenza erano largamente spiegate[...] In una fosca città chiamata Tolemaide,entro le pareti di una nobile stanza,sedevamo una notte,un gruppo di sette persone. La nostra stanza non aveva altro ingresso se non una grandiosa porta di bronzo.Inoltre,neri drappeggi nella stanza tenebrosa,escludevano alla nostra vista la luna,le stelle spettrali e le strade spopolate;ma ciò non contribui' in alcun modo ad allontanare il presagio e la memoria del Male: v'erano cose intorno a noi delle quali non posso render distintamente conto...cose materiali e spirituali,pesantezza nell'atmosfera,un senso di soffocazione,di ansietà,e,soprattutto,quella terribile sensazione che le persone nervose provano quando i sensi sono acutamente vivi e desti,e nello stesso tempo le capacità del pensiero sono assopite. Un peso morto incombeva su di noi. Gravava sulle nostre membra,sull'ammobiliamento di casa,sui calici da cui bevevamo;e tutte le cose erano depresse e prostrate,tutte le cose eccetto le fiamme delle sette lampade di ferro che illuminavano la nostra orgia. E nello specchio che il loro splendore formava sulla rotonda tavola d'ebano alla quale sedevamo,ciascuno di noi vedeva il pallore del proprio volto e l'inquieto sguardo negli occhi abbassati dei compagni. Eppure ridevamo ed eravamo allegri a nostro modo,cioè istericamente;e cantavamo canzoni e bevevamo senza ritegno,quantunque il vino purpureo ci ricordasse il colore del sangue.Vi era anche un altro inquilino nella nostra stanza,il giovane Zoilo. Disteso egli giaceva,avviluppato nel sudario.Ahimè,non partecipava alla nostra gaiezza,ma il suo volto alterato dalla peste,e i suoi occhi nei quali la Morte aveva estinto solo a metà il fuoco della pestilenza,parevano prendere tanto interesse al nostro divertimento quanto forse lo possono prendere i morti al divertimento di coloro che devono morire.Ma benchè io sentissi che gli occhi del defunto erano puntati su di me,mi sforzavo tuttavia di non notare l'amarezza dello loro espressione,e,fissando ostinatamente le profondità dello specchio d'ebano,cantavo a voce alta e sonora.Ma gradualmente i miei canti cessarono e i loro echi si affievolirono,divennero indistinti,e svanirono. Ed ecco!Dai funerei drappeggi entro cui i suoni del canto andavano a morire,usci'un'ombra oscura e indefinita,un'ombra simile a quella che la luna ,quand'è bassa in cielo,può foggiare dalla figura di un uomo: ma non era nè l'ombra di un uomo,nè di un Dio,nè di qualsiasi cosa familiare. Tremolando x un attimo tra i drappeggi della stanza,si fermò infine sulla superficie della porta di bronzo;l'ombra non si mosse,non proferi'parola,ma ivi divenne immobile e rimase. E la porta sulla quale l'ombra posava era,se ben ricordo,tutta contro i piedi del giovane Zoilo avvolto nel sudario. Ma noi,i sette colà riuniti,avendo visto l'ombra mentre usciva dai drappeggi,non osavamo fissarla risoluti,ma chinammo gli occhi. E alla fine io domandai sommessamente all'ombra la sua dimora e il suo nome. E l'ombra rispose:"Io sono Ombra,e la mia dimora è presso le catacombe di Tolemaide!". Allora noi sette ci levammo dai nostri seggi in preda all'orrore,e restammo tremanti e atterriti:poichè i toni nella voce dell'ombra non erano i toni di alcun essere singolo,bensi' di una moltitudine di esseri e,variando nelle loro cadenze,cadevano foschi nelle nostre orecchie con gli accenti inobliabili e familiari di molte migliaia di amici scomparsi.

(E.A.Poe)


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Il rumore  Click here for the English version

Entrai finalmente in quella casa che avevo sognato da mesi. Erano mesi appunto che desideravo una casa tutta mia, proprio una villettina in una zona tranquilla della città. Avevo trovato i soldi, una bella somma e finalmente avevo risolto alcune pendenze legali; infatti, quattro mesi prima, in quella stessa casa, c’era stato un misterioso caso di suicidio. Roberto Fiori, uomo d’affari, divorziato, solo, era stato trovato riverso sul tavolo, con la testa in una pozza di sangue e una pistola nella mano. Era veramente un mistero, in quanto non c’erano motivi apparenti perché l’uomo si uccidesse. Ci si ricollegò alla dolorosa separazione dalla moglie e quindi a crisi depressive, ad un momento di follia. La mente umana è, e resterà, inspiegabile. La porticina bianca ruotò e mi proiettò all’improvviso in un mondo di teloni, polvere a quintali e aria stantia. I teli sembravano veramente dei fantasmi, paralizzati, quasi in pausa, prima di un orribile agguato. “Non farti venire strane idee proprio ora, è casa tua” mi dissi ed esplorai con lo sguardo il corridoio. Sotto le tele si intravedevano quadri, si intuivano forme di poltrone ed una pendola. Era tutto in perfetto ordine. Mi mossi verso la prima stanza, quello che doveva essere il salotto. Era un unico oceano bianco e grigio polvere, al centro della sala v’era il tavolo su cui Fiori si era tolto la vita. Lo scoprii, spinto da una macabra curiosità, anche se certo non mi aspettavo di trovare sangue coagulato, rossiccio e secco. Il tavolo era stato ripulito e v’erano dei graffi in superficie, forse dove gli inquirenti non erano stati delicati con il legno marrone scuro. Sfiorai ripetutamente il materiale, liscio e tiepido, quasi vitale. Lì era stato commesso un delitto. Scesi con la mano lungo una delle gambe del tavolo fino a sentire un’asperità, una crepa pungente al tatto. Mi chinai, trascinando con i piedi un telo e scoprendo una poltrona da lettura. “Sì, c’è una spaccatura” constatai e mi chinai ancora di più, per vederla meglio. Qualcosa sporgeva dalla fenditura, un angolino bianco candido, quasi la vela di una barca da regate e, senza pensarci due volte, lo afferrai. Era carta.
“Una lettera?” mi chiesi e cercai di ricordare se erano state trovate le ultime volontà del defunto, sulla scena del delitto. Purtroppo la mia memoria non mi aiutò, capitano tante di quelle disgrazie, così esaminai il piccolo quadrato di carta bianca e lo dispiegai. Questi frusciò e crepitò, nel silenzio della casa deserta. Era una pagina coperta da una fitta serie di frasi, una attaccata all’altra, come se non ci fossero spazi bianchi, virgole o capoversi. Scultori di un tempo passato sembravano presi dalla paura del vuoto e coprivano con le loro figure di pietra tutta la composizione, fino a renderla confusionale. Se l’amico fosse stato uno scultore, sarebbe stato uno di loro. Cercai di iniziare a leggere, ma le lettere erano piccole e la grafia tremolante; mi sedetti sulla poltrona e scoprii, dopo mesi di oblio, la lampada a forma di colonna astratta e snella. La accesi, c’era troppa poca luce nello stanzone. Nell’aureola generata dall’apparecchio, riuscii ad interpretare le prime parole, così iniziai la lettura, anche se il naso mi prudeva a causa della polvere sollevata dagli spostamenti dei teloni. Non c’erano date, il lettore veniva subito portato nel vivo della vicenda ancora ignota:
"Sono Roberto Fiori, il proprietario di questa casa. Abito qui da sei mesi oramai ma prima di andarmene devo avvertirvi del pericolo che correte stando qui: uscite subito, non mettete piede in questo posto maledetto da Dio!"
“Beh, un po’ fuori lo doveva essere” decisi e ripresi la lettura, rinfocolato dalla curiosità.
"Appunto, abito qui da sei mesi ma non ho avuto subito dei problemi, anzi mi trovavo bene. Era il posto ideale per dimenticare le mie tragiche vicende familiari. La casa era stato un buon acquisto, mi trovavo bene, ripeto, eppure una sera, dopo aver visto il posticipo del campionato di calcio, udii uno strano rumore. Era indefinito, non ben descrivibile, poteva essere lontano come vicino e direi che assomigliasse ad una moneta che tintinna, mentre cade. All’inizio non me ne curai, tutto andò avanti come prima, finché riudii il suono metallico ripetersi almeno tre volte di fila. Indagai, frugai tutta la casa, temendo che fosse abitata dai topi o che vi fosse un vetro rotto. Non trovai nulla, e dimenticai l’accaduto. Avevo molto da fare. Poi, una sera, durante un film, il rumore si ripeté ancora, beffardo. Stavolta era certo, veniva dal piano superiore. Cercai ovunque, negli sgabuzzini, in camera da letto, in bagno. Controllai ogni finestra. Nulla, sembrava tutto uno scherzo. Ansimante, mi arresi e, mentre stavo scendendo le scale, lo udii: un tintinnio metallico inconfondibile, come una moneta che cade. Stavolta proveniva dai recessi più profondi e lontani della cantina. Furente contro inesistenti folletti, corsi a perdifiato in cantina, potevo sentirlo risuonare, allegro come un bimbo dispettoso. Appena misi piede nello scantinato, di colpo tacque. Ridacchiando, cercai un gatto randagio, un salvadanaio che lentamente perdesse monete sul pavimento, qualsiasi cosa. Nulla, ovviamente. Fui costretto di nuovo ad arrendermi, così andai a farmi una doccia. Sotto lo scroscio dell’acqua calda, mi sembrò di udire il suono incriminato. Credetti di sbagliarmi, sperai di sbagliarmi, poi accostai l’orecchio allo scarico e potei udirlo, argentino e gorgogliante. Mi stava prendendo in giro, ma non avevo né tempo, né voglia di uscire di nuovo a caccia. Ero troppo stanco..."
“O era uno scrittore in vena di scherzi prima di morire o era davvero pazzo”,osservai; lasciai per un attimo la pagina di carta carica di misteri e cercai qualcosa da bere nel sacchetto della spesa. Una lattina di Pepsi ancora fredda mi dissetò, diede sollievo alla gola seccata dall’attesa e dalla suspence: era avvincente, dopotutto. Ripresi la lettura. "Nei giorni seguenti ignorai quel fastidioso rumore, ma sembrava essersi fatto spavaldo e tintinnava anche la notte, quasi un oscuro presagio che proveniva dalla cantina o dal limite ultimo del mio letto. Quando ero in cantina, dopotutto, pareva provenire dalla camera e una volta lo udii pure nel forno, mentre lo pulivo. Era ovunque, e, anche se cercavo di non sentirlo, di fingere che non esistesse, era lì, costante, sempre più ossessivo. Un giorno, al lavoro, trasalii, sentendo delle monete cadere nel corridoio. Sarà stato un impiegato sbadato, ma quando mi precipitai fuori, non c’era nessuno. Stavo impazzendo e non me ne rendevo conto? Ogni sera, ogni mattina, il tintinnio era una scomoda colonna sonora. Magari altri ci avrebbero fatto l’abitudine, come quelli che vivono vicini alla ferrovia o agli aeroporti, ma io come potevo, se ogni volta mi sentivo provocato ed ogni volta cercavo la fonte del rumore? Da dove viene quel dannatissimo rumore?! Non ce la faccio più, non lo sopporto, è anche nel telefono, e lo sento solo io! Decisi anche di invitare un mio amico a cena per farglielo ascoltare, per avere un conforto. Quel mostruoso tintinnio cessò appena il testimone varcò la soglia e tacque, sì, tacque! Nascosto, mi derideva mentre facevo la figura del pazzo davanti all’amico. Riprese, come al solito, appena noi due ci congedammo sulla porta. Mi stava rovinando, non andavo più al lavoro, tanto lo sentivo ovunque, in strada, al centro commerciale, provai anche a recarmi in un locale affollatissimo, ma sopra la musica del DJ, sopra il vocio fragoroso, c’era lui, come sempre, allegro e vivo. Non ce la faccio più, non augurerei questo tormento a nessuno, nemmeno ai miei peggiori nemici. I nervi mi cedono in continuazione, credo di stare per avere un infarto. Siamo al limite, ho già rovistato ovunque. Quella cosa non è razionale, non è umana, non è terrena, non so come spiegarmi…".
"Ma cosa ha scritto qui? – mi chiesi davanti ad uno spazio riempito solo da tre lettere, per almeno sei righe. Era inquietante: aveva scritto un centinaio di volte la parola TIN. Era un’unica serie di TINTINTINTINTINTINTINTINTINTINTINTIN…
Ripresi a leggere , sempre più incuriosito e inquieto.
"Ora la mia vita è divenuta una cosa sola con l’abominevole rumore, ma conservo ancora un minimo di ragione per concludere tre cose: primo, è la casa l’origine del suono, forse è viva, che ne so io, forse un occultista me lo spiegherebbe, ma io sono un uomo comune…il tintinnio è il suo respiro, costante ed eterno. Secondo, c’è una sola via per porre fine a questa assurdità e sto per metterla in pratica, e terzo..."
Mi fermai, questa era la lucida confessione di un suicida. Era un pazzo, ma aveva vissuto un dramma più grande di lui, e nessuno se ne era accorto o lo aveva aiutato. Era rimasto solo in balia dei suoi deliri, tragicamente. Ripresi da dove avevo interrotto, anche se ora era più facile leggere, le parole per quanto incerte erano a caratteri cubitali
"...E terzo, chiunque legga questa lettera, fugga, fugga da qui, salvi la propria mente; se sentirete il suono sarete condannati, come me. Se la morte è solo silenzio e oblio dei sensi, ben venga, è quello che cerco. Addio."
Qui si concludeva. Dopo aver infilato la carta nel tavolo, Fiori aveva afferrato una pistola, l’aveva puntata alla tempia e aveva tirato il grilletto. Pregando, o bestemmiando, non contro Dio, ma per non udire il rumore maligno. Mi alzai di scatto e lasciai cadere al suolo la pagina, come se scottasse; mi sentivo sconvolto. La vidi svolazzare casualmente nell’aria e, un attimo prima che atterrasse, mi immaginai il leggero tonfo crepitante sul telone. Stranamente ciò non si verificò, anzi, si produsse un suono strano e flebile, che ascoltai paralizzato dal terrore: era come il tintinnio metallico di una moneta che cade a terra, saltellando poco prima di adagiarsi del tutto.

(Lorenzo Montrasio)


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Nel Bosco  Click here for the English version

Quando Diana si svegliò la mattina del suo undicesimo compleanno, saltò giù dal letto, mise le sue scarpette rosse ai piedi e si diresse al piano di sotto con l'impazienza di qualsiasi bambino che stia per essere festeggiato dalla sua famiglia. Arrivata in cucina, la madre la abbracciò forte e le disse: "Tanti auguri, tesoro".
"Grazie, Mamma! E papà dove è?"
"Sta spaccando un po' di legna nella stalla, tra poco arriverà, non preoccuparti".
In quel momento scese, con faccia assonnata e stropicciandosi gli occhi, anche Dario, il fratellino minore di Diana. Dario era piccolo, aveva cinque anni ed un carattere decisamente più mite e prudente dell'avventurosa sorella maggiore. I due erano molto legati. Appena vide sua sorella, il piccolo Dario si lanciò in una corsa frenetica che terminò con un sincero abbraccio tra i due.
"Auguri sorellina!" Esclamò con una voce di una tenerezza ed una ingenuità disarmanti. Dario adorava Diana, la ascoltava qualunque cosa dicesse e la seguiva ovunque andasse. Quando il padre, madido di sudore per il duro lavoro, rientrò dalla stalla, i tre erano già radunati attorno al tavolo della colazione.
"Tanti auguri alla mia principessa", esordì. Diana gli si gettò al collo e lo strinse forte. Quelle spalle larghe e quella faccia tanto buona quanto rassicurante le davano un senso di pace e di protezione difficilmente descrivibile. La bicicletta che i genitori le regalarono quel giorno, impegnò intensamente nel gioco i due fratellini fino a sera. Correvano, gridavano e saltavano a più non posso davanti agli occhi dei genitori che li guardavano dalla finestra con fare compiaciuto e con gli occhi carichi di gioia. Aver lasciato la città per essere andati a vivere in quel posto così verde e incontaminato si era rivelata un'ottima scelta per la serenità familiare e, di questa scelta, tutti i membri della famiglia coglievano i frutti, giorno dopo giorno. Dopo cena Diana chiese se poteva uscire, assieme al fratello, per giocare ancora un po' con il regalo ricevuto.
"Va bene, Diana, ma solo per un paio d'ore! Mi raccomando, rimanete nei paraggi e non avvicinatevi al bosco!". Disse con docilità la madre.
"Va bene mamma" , rispose Diana.
A quel punto il padre, assumendo un tono serio: "Diana, niente avventure oggi, è sera, nel bosco non si vede nulla e ricordati che sei responsabile di tuo fratello... state lontani da quel posto buio altrimenti mi arrabbierò!".
"Non preoccuparti papà, ti prometto che faremo solo qualche giro in bici".
Detto questo la piccola festeggiata indossò il suo cappotto, allacciò ben strette le sue scarpette, prese il fratellino per la mano, diede un bacio sulle guance di entrambi i genitori ed uscì di casa.
"Diana, posso fare per primo un giro sulla bicicletta? Solo uno, poi puoi andarci te", chiese Dario.
"No, Dario, niente bici".
"Perchè no? La mamma ha detto che devi farci giocare anche me".
"E lo farò, non preoccuparti. Ma non ora, ci sta qualcosa di più eccitante da fare in questo momento." Rispose la sorella. Nella sua voce si poteva percepire la determinazione di chi vuole stravolgere i programmi e proporre qualcosa di nuovo e accattivante.
"Che cosa vuoi fare?" Domandò Dario con tono già un po' allarmato.
"Voglio andare nel bosco."
"Sei matta? Papà e mamma hanno detto che non si può e che è pericoloso."
"Forse lo era ieri, ma da oggi ho undici anni e sono grande abbastanza per andare a farci un giro anche di notte."
Dario, nonostante la preoccupazione che iniziava a crescere sempre più, non disse nulla e iniziò a seguire la sorella maggiore che si avviava decisa verso quella grande macchia nera e dai contorni sinistri che si stagliava davanti a loro.
"Tienimi sempre la mano, Dario, non lasciarla mai, mi raccomando." Gli ordinò la sorella. Dopo poco furono nel bosco. La luna brillava splendida e piena nel cielo, velata solamente, in alcuni istanti, da nubi grige e sottili come spilli. Appena entrati la luce diminuì visibilmente, i contorni di alberi e cespugli divennero tanto sfumati da assumere le forme più tetre e disparate, il silenzio si acuì esageratamente così da dar modo ai due fratellini di ascoltare con maggiore attenzione tutti i rumori sinistri di quel luogo nero. Rumori di vento tra le foglie, di animali striscianti, di rami somiglianti a braccia scheletriche, di vite selvatiche che, immerse in questo macabro ambiente, danno il via ad un inaspettato e angosciante valzer delle tenebre, lugubre teatro di oscurità danzanti; confusione e miscuglio di ombre con suoni per accelerare il battito cardiaco di chiunque vi si ritrovi imprudentemente immerso. Dopo una mezz'ora abbondante di cammino, Dario esitò: "Diana, non ce la faccio ad andare avanti, ho paura, non vedo nulla."
"Smettila di piagnucolare, Dario! Non vedi quanto è eccitante tutto questo? Quanto è misterioso ed affascinante questo buio? Non hai voglia di proseguire per scoprire qualche tana di animale o qualche vecchio oggetto dimenticato da qualcuno in questo bosco chissà quanti anni fa? Tienimi la mano e non ti succederà nulla, vedrai! So perfettamente dove siamo."
L'oscura marcia continuò per altri dieci minuti dopodichè la spavalda ragazzina disse: "Bene, sono soddisfatta! Ho girato per il bosco da sola di notte e non ho avuto bisogno di nessun adulto che mi sorvegliasse: ormai sono cresciuta! E complimenti anche a te Dario, sei stato davvero coraggioso e soprattutto non hai mai lasciato la mia man..." Non fece in tempo a finire la frase che, girandosi per guardare il fratellino, vide uno spettacolo raccapricciante: quella che stava stringendo era la mano mozzata e grondante sangue del piccolo Dario. Qualcuno o qualcosa, implacabile, se lo era portato via.

(Marco Bassetti)


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Il Marchio Rosso  Click here for the English version

Questa storia si svolge in un'epoca lontana,in uno sperduto villaggio scozzese;erano tempi di violenza e ferocia...i clan scozzesi si battevano tra di loro per dominare territori selvaggi,dove regnavano incontrastati il lupo,l'orso,il cinghiale: animali temuti e rispettati,che si ritrovano negli stemmi dei vari clan. Erin,una giovane donna scozzese,viveva da sola: non apparteneva ad alcun clan, non apparteneva a nessuno. Gli uomini erano attratti da lei,ma la temevano; le donne la odiavano. In quel tempo pochi osavano vivere fuori da un clan,c'erano pericoli dappertutto;ma Erin non aveva paura di nulla. La chiamavano"la lupa rossa",e non solo per la sua chioma di fiamma...su di sè portava una sinistra voglia a forma di testa di lupo color sangue. Nello stesso villaggio viveva anche Jhon Cameron,erede dell'omonimo clan,che aspettava impaziente di raggiungere la maggiore età per diventare il capo del suo clan,il primo dei Cameron! Un giorno sua madre,preoccupata dalle insistenti voci che circolavano nel villaggio sul conto di suo figlio,interrogò Jhon
-"Dicono che vai spesso nella foresta...da solo...Ma la foresta appartiene ai lupi!Non dimenticarlo mai,Jhon!"
-"Madre mia,quando finirai di trattarmi come un bambino? Ormai sono cresciuto...sono un uomo!", ribattè il ragazzo,stizzito.
-"Certo,caro...lo vedo bene che sei cresciuto...ma ci sono cose che anche un uomo deve temere!"
-"Io non temo nulla,madre!"
-"Non scherzare,Jhon!Ti hanno visto parlare con quella donna...non farlo mai più...stai alla larga da lei,è una strega!Ha il marchio..il marchio del lupo!!!"
-"Il marchio del lupo?"
-"Si...ha fatto un patto col diavolo...voleva essere forte come un uomo...forte come la madre di tutti i lupi!E da allora porta su di sè il marchio rosso..."
-"Quante sciocchezze,madre:Erin non è una strega!",ribattè il ragazzo.
Il giorno seguente, Jhon andò di nuovo nel bosco,da solo...Erin lo aspettava sull'uscio della sua capanna,come ogni mattina:i due giovani si amavano! Dopo aver fatto l'amore, Jhon rincuorava la ragazza:
"Non preoccuparti del giudizio degli altri...l'unica cosa che conta siamo noi due,Erin...solo noi due!"
-"Si,Jhon...solo noi due..."sussurrava la ragazza,mentre si stringeva al petto di lui.
Ma presto non furono più soli:Erin aspettava un bambino da Jhon! La notizia si diffuse rapidamente giù nel villaggio,destando l'agitazione generale. Gli anziani andarono da Gareth Cameron,il capo del clan e padre di Jhon.
-"Tuo figlio è andato nel bosco a giocare con la lupa rossa;ora rischiamo di avere tra noi il figlio del lupo!Cosa intendi fare?"
"Calmatevi!Il lupo resterà nella foresta e mio figlio nel suo castello!", disse il capo con tono perentorio.
Poi rivoltosi al figlio,disse:"Tu hai già una sposa promessa,sciagurato!Appena compirai gli anni e diventerai uomo,Malvina McQuay diventerà tua sposa:cosi' è stato deciso!E adesso vai!sai quello che devi fare!"
Jhon non osò replicare al comando del padre e si diresse a malincuore nella foresta,da Erin.
-"Non posso mancare alla mia promessa,Erin...il clan...."
-"Lascia perdere quel maledetto clan!Con me sarai libero...libero di creare il tuo destino!Con il clan sei soltanto uno dei tanti,uno del gregge!", ribattè lei.
-"Ma un giorno io sarò il capo!"
-"Si,un capo che si fa imporre la donna della sua vita!Sei patetico!"
-"Taci!Non osare prenderti gioco di me,brutta strega!"urlò lui,correndo via in lacrime e a pugni serrati.
Quella notte alcuni nel villaggio giurarono di aver sentito delle urla agghiaccianti provenire dalla foresta... I mesi passarono e per Jhon giunse il fatidico giorno delle nozze. La chiesa di Glendoun era affollata all'inverosimile e piena di personaggi di spicco.
-"Siamo qui'riuniti x benedire l'unione di questi 2 giovani...se c'è qualcuno che ha motivi di opporsi a questo sacro vincolo,che parli ora o taccia x sempre!" il prete aveva appena finito di pronunciare la formula di rito,quando una voce inaspettata ruppe il silenzio
-"Io ho qualcosa da dire!"
I presenti si voltarono verso l'uscio della chiesa e videro una donna molto deperita nel fisico ma dallo sguardo ancora fiero. Ritta davanti ai loro sguardi increduli stava Erin, con in braccio un neonato.
"Come osi entrare in questo luogo sacro,seme del demonio?La creatura che porti con te è figlio del lupo!"gridò Gareth Cameron. "Portatela via,subito!!!"Urlò,rivolgendosi alle sue guardie.
La folla intanto si era accalcata attorno alla donna, mentre le guardie tentavano di portarla via di peso. Ma nella confusione generale,il bambino,caduto dalle braccia della madre,fu calpestato a morte dalla folla che imprecava inferocita contro la donna. Quando ci si accorse della tragedia,tutti rimasero in silenzio,ammutoliti;anche le guardie,impietrite dallo sguardo disperato della madre,mollarono la presa. Subito Erin si gettò in ginocchio accanto al figlioletto esanime,stringendolo al suo petto;poi i suoi singhiozzi furono interrotti da un silenzio terribile. La donna si era alzata in piedi e stava immobile tenendo in braccio il figlioletto morto. Lo accarezzò teneramente,mentre dai suoi occhi scendevano,copiose,le lacrime.
-"Jhon Cameron!"disse ad un tratto,puntando lo sguardo infuocato verso il giovane
"Jhon Cameron...tu hai rifiutato il mio amore e il suo frutto...in nome di questa creatura innocente che hai calpestato nel sangue,io ti maledico!E sia maledetta la tua razza nei secoli!Quando la luna mostrerà tutto il suo volto,il primo dei Cameron ricorderà quello che è stato:una belva!"
Mentre tutti stavano in silenzio,in preda al terrore,Gareth Cameron fece condurre via dalle sue guardie la donna. Erin venne arsa viva con l'accusa di stregoneria. Dopo un rito di purificazione x scongiurare il sacrilegio,tutta la cittadinanza partecipò ai festeggiamenti x le nozze.
"Uomini del clan!Fratelli Mcquay!Oggi,giorno della prima luna d'estate,Jhon Cameron non è solo uno sposo felice,ma ha anche raggiunto l'età x diventare capo della nostra famiglia!"gridò esultante il vecchio Gareth. "Amici,brindate con me al PRIMO dei Cameron!".
Qualche ora dopo,Jhon giaceva nel suo letto con la moglie,ma ripensava alle parole di Erin - "Quando la luna mostrerà il suo volto,il primo dei Cameron ricorderà quello che è stato:una belva!". Di colpo cominciò a sudare....le mani gli tremavano...un sinistro ululato e poi un urlo straziarono il silenzio del palazzo. Gareth Cameron accorse subito nella stanza del figlio e rimase impietrito dal terrore!Jhon stava seduto sul letto,completamente nudo,tremante e coperto di sangue;accanto a lui,giaceva il corpo sgozzato della moglie. Più tardi i medici accertarono che la vittima presentava su tutto il corpo morsi evidenti di un lupo...un lupo eccezionalmente grande.
-"Mio Dio,che hai fatto,Jhon?", gridò suo padre afferrandolo x le spalle.
-"il lupo...il lupo si è risvegliato!" riusci' a malapena a dire il giovane. La vendetta di Erin era stata consumata.

(Ispirato a "Licantropia", Dylan Dog)


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Reclami  Click here for the English version

Il signor Rosario Esposito era un impresario di pompe funebri, e la città nella quale esercitava la sua nobile professione era Napoli. Sposato con Carmela, Rosario aveva due figli maschi, rispettivamente di cinque e sette anni, e tutti insieme abitavano nell’appartamento situato sopra all’impresa. Poiché il quartiere dove vivevano non era propriamente dei più tranquilli, il signor Esposito aveva da poco acquistato una calibro 45 automatica, che teneva nascosta in un cassetto del suo ufficio al pian terreno; non che possedesse degli oggetti per cui valeva la pena di tenere una pistola (a parte una ventina di casse da morto mezze tarlate e qualche soprammobile di dubbio gusto sparso per il suo appartamento), ma questo gli sbandati non potevano saperlo, per cui la prudenza non era mai troppa. Una notte il signor Esposito fu svegliato di soprassalto dal trillo del suo campanello.
"Mm… Rosario, hai sentito?",bisbigliò Carmela, avendo cura di non muovere nessun altro muscolo a parte quelli della bocca.
"Si!", rispose Esposito mezzo intontito, "Adesso mi alzo".
Rosario scivolò fuori del letto e infilò i piedi nelle ciabatte; sua moglie stava già russando. Ricevere visite a quell’ora non accadeva poi così di rado, faceva parte del suo lavoro. Spesso si trattava dei parenti di qualcuno deceduto improvvisamente durante la notte, altre volte, invece, era una volante della stradale, che veniva a richiedere i suoi servigi per recuperare qualche ubriacone i cui pezzi erano sparpagliati per diversi metri lungo la strada. Il signor Esposito scese le scale molto lentamente, poiché i suoi occhi non si erano ancora abituati alla luce e non voleva correre il rischio di inciampare, e contemporaneamente si legò la cintura della vestaglia da notte. Chiunque avesse premuto il campanello, nonostante fossero già trascorsi un paio di minuti, non aveva suonato una seconda volta, e se ne stava pazientemente ad aspettare.
"Chi è?", chiese Rosario una volta giunto al citofono, tendendo l’orecchio nell’attesa di una risposta.
"Sono il signor Salemme", tuonò la voce dall’altra parte, "avrei bisogno di parlare con lei, se non le dispiace".
"Dispiacermi? E perché mai?", si chiese Esposito, e aprì la porta facendo entrare lo sconosciuto. In realtà, l’individuo che gli si parò di fronte era alquanto inquietante. Innanzi tutto era chiaro che questo signor Salemme non era intenzionato a rivelare molto del suo aspetto, poiché indossava un ampio cappotto scuro che gli arrivava fino alle caviglie, una sciarpa di lana che gli copriva anche il naso e la bocca, un paio di guanti in tinta con la sciarpa e un cappello a fesa larga dal quale fuoriusciva qualche ciuffo di capelli di un colore indefinito. A completare lo strano quadretto stavano un paio d’occhiali da sole con le lenti a specchio, di quelli che andavano di moda tra i ragazzini una decina d’anni fa, e che poco s’intonavano col resto dell’abbigliamento. Ad ogni modo, ciò che a Rosario risultò strano, non erano gli occhiali da sole in sé, ma il fatto che era notte fonda e fuori c’era buio pesto.
"Prego, da questa parte", esordì Esposito, indicando con la mano la direzione per l’ufficio, poi continuò "desidera togliersi gli indumenti?".
"No, grazie, non ancora!", rispose Salemme. La sua voce era strana, sembrava quasi che stesse parlando in falsetto. Rosario non era per niente tranquillo; istintivamente si trovò a pensare alla pistola nel cassetto della scrivania.
"Allora, mi dica, in cosa posso esserle utile?". Tutti e due erano adesso seduti nelle comode poltrone in finta pelle dell’ufficio di Rosario; a separarli c’era solo un piccolo tavolo di legno scuro in cui erano sparpagliati numerosi fogli dattiloscritti e alcune penne di tipo economico. "Il mio nome non le ricorda proprio nulla?", domandò Salemme.
"Mm… no! Non saprei. Dovrebbe?".
"Io credo di si!". Rosario era visibilmente agitato. Si accorse che gli arrivava alle narici un odore piuttosto sgradevole che in vent’anni di onorata attività aveva ben imparato a riconoscere. Strano, pensò, che non lo avesse sentito prima, ma forse era per via del forte raffreddore che aveva contratto qualche giorno addietro, che gli tappava il naso. E comunque non poteva trattarsi proprio di quell’odore, era impossibile che…
"Senta, non mi avrà svegliato nel cuore della notte per sottopormi ai suoi indovinelli. Vuole essere così gentile da dirmi che cosa desidera?".
"Va bene, certo!", e così dicendo Salemme si tolse sciarpa ed occhiali da sole, mostrando finalmente il suo volto. Esposito trasalì. Quella che aveva di fronte era la faccia di un cadavere in avanzato stato di decomposizione. Le labbra e il naso erano quasi totalmente scomparsi, e lasciavano intravedere le ossa del cranio, tutta la dentatura e le gengive divenute ormai nere. La carne delle guance si stava staccando a brandelli (alcuni scivolarono sulla poltrona e poi per terra) e dove una volta c’erano stati gli occhi adesso troneggiavano due orbite orribilmente vuote.
"Si ricorda di me, signor Esposito?", il ghigno si distorse fino a simulare un’agghiacciante sorriso.
"N-non è possibile!", balbettò Rosario, che per poco non cadde dalla poltrona, "Lei è… è…".
"Sono il signor Salvatore Salemme", spiegò compiaciuto il cadavere deambulante, "Vedo con piacere che mi ha riconosciuto, nonostante siano passati ormai sei mesi da quando sono morto!".
Rosario fece uno scatto e cercò di raggiungere la porta dell’ufficio per scappare e chiedere aiuto, ma il mostro, nonostante perdesse qualche pezzo ogni volta che si muoveva, era ancora molto agile e forte, e lo bloccò afferrandolo per il collo.
"Tu non vai da nessuna parte", farfugliò in un tono che avrebbe dovuto rappresentare una minaccia, "altrimenti uccido te e la tua famiglia all’istante".
Ad Esposito, più che le parole, lo spaventava il tanfo nauseabondo che proveniva dalle viscere della creatura infernale, dalla quale cercava di discostarsi il più possibile. Finalmente Salemme mollò la presa e Rosario cadde a terra semisvenuto.
"Ascoltami, brutto bastardo, se sono qui non è certo per farti una visita di cortesia; il motivo che mi ha spinto ad uscire da quella tomba merdosa in cui mi avevi seppellito è un altro!". Esposito fissava il cadavere con un misto di terrore e disgusto.
"Sono qui", Salemme continuò "per sporgere un reclamo su quella fottuta bara del cazzo che hai venduto a mia moglie quando sono morto".
"Eh? Che cosa intendi dire?".
"Lasciami parlare, razza di truffatore che non sei altro. Innanzi tutto quella bara non era in mogano, come le hai voluto far credere, ma in larice, che è un legno più economico. Poi c’è il discorso dell’imbottitura: hai mai provato a distenderti su una delle tue fottutissime imbottiture? Immagino di no! Cazzo, dopo qualche giorno avevo la schiena a pezzi".
Rosario non sapeva più cosa pensare; forse era il caso di non fare arrabbiare ulteriormente il suo cliente insoddisfatto, e così tornò lentamente a sedersi sulla poltrona del suo studio.
"Quello che comunque mi ha fatto incazzare veramente", tuonò Salemme, "è che avevi garantito quella bara contro le infiltrazioni dell’acqua, e invece, dopo il primo acquazzone, ero già baciato fradicio come una spugna, con le conseguenze che puoi immaginare per i miei poveri reumatismi!".
"Ma insomma, che cosa vuoi da me?", Rosario stava quasi piangendo.
"Cosa voglio da te? Ah bè, è presto detto, voglio ammazzarti e farti provare come si sta dentro una delle tue bare!".
"Cosa!?! Ma tu sei pazzo! Non ammazzerai proprio nessuno, razza di mostro putrefatto!". Rosario aprì il cassetto della scrivania, impugnò la sua 45 e la puntò contro il signor Salemme.
"Muori, brutto figlio di puttana!". Premette il grilletto, ma dalla canna non partì nessun colpo. Premette di nuovo altre due o tre volte, ma niente! La pistola non voleva saperne di sparare.
"A parte che sono già morto", precisò Salemme, "credo che faresti bene a raccomandare la tua anima al demonio!". Esposito sentì l’odore della putrefazione che si avvicinava sempre di più, finché due mani consunte e vigorose l’afferrarono per il collo fino a spezzarglielo.
Il signor Pasquale Marciano era proprietario di un negozio che vendeva armi da fuoco, e la città nella quale esercitava la sua nobile professione era Napoli. Fu il martedì sera di un mese qualsiasi, che mentre era nel retrobottega a sistemare della merce negli scaffali, qualcuno suonò il campanello. Il negozio era già chiuso da circa una mezz’oretta, ma dato che Pasquale si trovava ancora lì, decise di vedere ugualmente di che si trattava.
"Chi è?", chiese prima di aprire la porta.
"Avrei bisogno di parlare con lei", rispose la voce dall’altra parte, "è una cosa importante. Mi scusi per l’orario, ma ho avuto un contrattempo!".
"Mm, un ritardatario", pensò Marciano, "va bene, aspetti che le apro!" Lo sconosciuto entrò e Pasquale richiuse la grossa porta blindata dietro di lui.
"Prego signore, desidera darmi la sciarpa e il cappel…"
"Sono il signor Esposito", lo interruppe bruscamente lo sconosciuto, "e vengo a proposito della 45 magnum che mi ha venduto qualche mese fa. Avrei un reclamo da farle!".
In breve, un odore di putrefazione arrivò alle narici di Pasquale...

(Stefano Roveron)


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Luna di Transilvania  Click here for the English version

Ero solo. Solo nel buio. Tutto intorno il malefico silenzio dell'oscurità. Nella grande sala aleggiava sempre più intensa la puzza di marcio e di muffa. Mi stordiva. In un angolo, numerose poltrone invecchiavano avvolte da disgustose ragnatele così fitte da sembrare i capelli di una vecchia. Un altro urlo, grida di morte dal corridoio si avvicinavano, lei mi cercava. Nel buio tacevo sconvolto, urla demoniache echeggiavano ovunque interrotte da cupe e pazze risate.
-Dove sei ABRAHAM? Sai che puoi fuggire, ma non puoi scappareeeeeeeeeeee!
Ne seguì un'agghiacciante risata che mi perforò il cervello…
-DOVE SEI!!!!!!!!!
Non sarei rimasto solo a lungo, questione di attimi e mi avrebbe trovato...
Perché? Perché ero finito in quella situazione? Dove erano gli altri?… Forse già vittime della mia signora.
4 giugno 1989, tutto iniziò quella mattina.
-Ehi Nick! Guarda qua che roba! Abbiamo trovato quello che fa per noi.- Il mio migliore amico, Nick Anderson, arrivò a fiato corto davanti scuola reggendo il TIMES con mano tremante, eccitatissimo.
Accanto a me seduta sul muretto la mia ragazza Melanine King, lo guardò con aria poco convinta. Adoravo quella ragazza, i suoi lunghi capelli neri erano una cornice perfetta al bel viso dai lineamenti delicati e a due occhioni verdi sempre vigili e attenti. Nick mi mostrò la sua grande scoperta; a caratteri cubitali un articolo del giornale recitava:
"ECCEZIONALE VACANZA! Transilvania, presso il castello dell'ormai defunto conte Black Devil. Località: Rock Mountain. Un'esperienza indimenticabile da vivere con amici, parenti, ecc. per provare il brivido di alloggiare in uno sperduto castello della Transilvania. Mettete alla prova il vostro coraggio. Vi aspettiamo! (Periodo consigliato Giugno-Luglio) NAKIRA TOURS."
Non credetti ai miei occhi; noi che da sempre eravamo patiti del brivido, sin da bambini, avevamo finalmente l'occasione di vivere un'esperienza del genere. La foto dell'antico castello riempiva la pagina e invogliava ancora di più all'avventura. Nei giorni che seguirono, tutti e tre prendemmo seriamente in considerazione la proposta, ne parlammo con i nostri genitori e visto che ormai la scuola era finita e noi eravamo abbastanza grandi e vaccinati, decidemmo di prenderci una bella vacanza per quella che sarebbe stata anche una scommessa con noi stessi: quanto avremmo resistito? Così, il 18 Giugno, tre coetanei di 20 anni partirono verso ciò che per loro era la cosa più emozionante in assoluto, senza sapere che il vero orrore, e non quello delle pellicole, si sarebbe presentato di lì a poco segnando i loro destini uno per uno. Il viaggio in aereo non durò a lungo e al nostro arrivo trovammo ad aspettarci la signorina Vergil Nakira, la nostra accompagnatrice. Poche ore di auto e finalmente arrivammo a Rock Mountain verso sera. Il castello si stagliava imperioso nel cielo notturno orfano di stelle e rischiarato solo da una pallida luna; lo raggiungemmo seguendo una stradina sterrata che si snodava come un serpente risalendo l'altopiano. Un grande cancello nero aspettò il nostro arrivo e Nakira lo aprì senza alcuna difficoltà con il passe-partout. La donna così, ci fece strada verso il portone principale dell'edificio senza prima aver attraversato però il lugubre giardino del castello, a piedi per giunta. Numerose statue appostate qua e là non contribuivano a calmarmi. Devo confessare che mi sentivo strano, per la prima volta avevo veramente paura di quell'atmosfera da film horror. Quei volti di marmo muti ma così ricchi di espressione… Sembravano terrorizzati, come colti da un lampo di morte inaspettato, le bocche distorte, lo sguardo nel vuoto… Nick e Melanie non sembravano più calmi di me, si guardavano attorno con aria smarrita, anche nei loro volti leggevo la paura come nelle statue. Camminammo in silenzio tra lunghe file di alberi lugubremente spogli nonostante la stagione avanzata; piccole siepi costeggiavano i vialetti di ghiaia che percorremmo ma fu assai triste nel costatare che queste più che spoglie sembravano…bruciate, sì proprio così, talmente erano secche e raggrinzite. D'un tratto sentii qualcosa di strano, di sovrannaturale oserei dire. Sentii un'acuta risata che mi ghiacciò il sangue nelle vene. Chi mai? Nick mi strinse un braccio e sussultai terrorizzato; Melanie era a qualche passo da noi pietrificata dallo spavento.
-Sembra che lo abbiano sentito tutti, eh ragazzi? - La voce mi uscì a stento e prima che Melanie potesse dirmi qualcosa LEI tornò; una risata diabolica e lunghissima rimbombò nell'aria, fin troppo gelida per una serata d'estate. Mi voltai in tutte le direzioni cercando spasmodicamente da dove provenisse quel suono indemoniato e realizzai che non eravamo più in quattro per la passeggiata notturna nel giardino, Vergil era scomparsa! Quello fu solo l'inizio di tutto… Maledico quella mattina davanti scuola, maledico la mia dannata passione per il brivido. Ormai in preda al terrore più abissale, non sapevamo più cosa fare, né che pensare. A qualche metro da noi giaceva la torcia utilizzata dalla nostra accompagnatrice che Nick fu lesto a raccogliere, questo era un segno inquietante della sua presenza, ma dove diamine era finita! Il silenzio fu rotto da un rumore di passi, lenti, strascicati. Scrutai nell'oscurità sperando di scorgere il volto scarno di Vergil… Ma qualcosa di ghiacciato mi si posò sul collo. Voltandomi di scattò con il cuore a mille vidi una cosa mostruosa. A poco meno di una spanna dal mio viso si trovava il volto di una statua con un ghigno malefico stampato in faccia: era la statua di una vergine, credo, che mi fissava truce ghignando! Dalla sua bocca contorta iniziarono a sgorgare fiotti di sangue che mi vennero sputati in faccia, sulla spalla... La mano della statua mi riversò il liquido rosso caldo e appiccicaticcio. E rieccola, la risata seguita da un urlo spettrale ma questa volta accompagnata dall'espressione del viso della statua che torceva la sua bocca e cambiava espressione per sbeffeggiarmi. Cercai di divincolarmi dal quel mostro dalle sembianze di donna per rifuggire quella visione orribile ma la vergine mi affondo le unghie di marmo nella spalla. Urlai dal dolore e quella a sua volta, godendo del mio dolore, come un feroce lupo che attacca la sua preda ormai inerte, così infierì il mostro su di me, buttandomi a terra. Morto di paura, cercai di rialzarmi e di scappare ma in un secondo il suo volto fu di nuovo incollato al mio.
-Ti ho ritrovato Abraham, ti ho ritrovato finalmente. -Dalla statua uscì un sussurro dolce come la morte.
- Tu mi hai lasciato morire Abraham, ricordi? Fu tanto tempo fa… Io ti aspettavo a casa Abraham quella sera , nel nostro splendido castello, ma tu non tornasti mai,o Conte Black Devil! Ti ho aspettato a lungo Abraham, troppo a lungoooooo!!! - urlò impazzita, e la statua esplose in mille pezzi, rivelando l'entità di uno spettro dalle sembianze di donna, con lunghi capelli biondi e occhi azzurri freddi come il ghiaccio. Cercai di ripulirmi per quanto potetti dal sangue e cercai con lo sguardo Melanie e Nick. Scomparsi, svaniti nel nulla. Urlai disperato e corsi via nella notte, giunsi trafelato al portone del castello che maestoso si ergeva in tutta la sua grandezza. Per fortuna questo era aperto, quindi mi fiondai a perdicollo all'interno dell'edificio. Vorrei non averlo mai fatto: migliaia di anime in pena vagavano per le sale decorate con colori lugubri quali il nero o il grigio. Gli esseri incorporei piangevano ed emettevano urla pazze di disperazione fluttuando e roteando in ogni angolo del castello. Molti gemendo ripetevano: "Non sono io Abraham, aiutoooooo! Non devo pagareeeeeee!"
Ma chi è questo Abraham!? Mi chiesi. Perché tutte queste vittime per lui?
Il terrore dettava legge dentro di me, presi a correre per i lunghi corridoi, nemmeno una luce in giro, solo un taglio di luna mi spiava ogni tanto dalle grandi finestre gotiche disposte bizzarramente nel castello. Orribile luna Transilvana! Corsi e corsi a perdifiato, ma lei mi stava cercando, era nel castello. E urlava, urlava…
Braccato come una volpe, aspettavo la mia ora nel buio della grande sala in cui mi ero rifugiato. Ecco la mia fine, una gelida notte d'estate, sotto l'orribile luna di Transilvania.

(Davide Lo Schiavo)


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Le zucche di Ognissanti  Click here for the English version

Angela aveva dei vicini di casa molto silenziosi.Non si vedevano mai, sapeva della loro esistenza solo perché talvolta si affacciavano a bere il loro the scuro e fumante. In tutto erano solo tre ragazzi: due femmine e un maschio. E lo furono per parecchio tempo o meglio finché una delle ragazze non svanì. Nel nulla, proprio nel nulla. Venne la polizia, li interrogò entrambi, ma non ne cavò niente: alibi inconfutabili e nessun movente. Era accaduto la sera della vigilia di Ognissanti. La mattina dopo Angela aveva trovato sui loro scalini due bellissime zucche arancioni intagliate con la classica boccaccia scura e dentellata, e con una candela dentro che spandeva tutt’attorno una breve luce. Il giorno era davvero molto nuvoloso e le zucche contro la parete di pietra della casa sembravano tanto più splendenti. Erick ed Anne non credevano fosse una buona cosa festeggiare Ognissanti quell’anno: esattamente la stessa sera di dodici mesi prima, la loro amica Ira era svanita nel nulla proprio andando a cercare delle zucche per la vigilia. Ma, si dissero che il modo migliore per esorcizzare la paura fosse quello di andare proprio a cogliere quelle zucche. Il campo dove crescevano stranamente incolte era a nord del paese. Erano le cinque del pomeriggio, tirava un forte vento e non passava nessuno. Anne strinse forte la mano di Erick, non riusciva a parlare per l’angoscia. Era dal momento in cui avevano messo piede in quello strano campo arancione che aveva i brividi. Sapeva che non dovevano essere lì.
“Erick andiamo via, io ho paura”, gli sussurrò in italiano.
“Ma smettila!”, replicò lui in tedesco.
Anne allora si guardò attorno e notò che le zucche erano sparse un po’ ovunque, scomposte al suolo, come abbandonate, e che erano unite dai loro tralci verdastri, ma prive di ogni perizia agricola. Erano cresciute selvaticamente ed incomprensibilmente dato che quello non era terreno da zucche.
“Se i nonni ti vedessero adesso, sai quante risate si farebbero?”, continuò lui ridacchiando.
Anne ebbe fulmine la visione del glorioso nonno Von Larck, eroe della seconda guerra mondiale pluridecorato al valore. Era un’immagine quella, che le si era stampata nella mente durante l’infanzia quando quell’enorme quadro che lo raffigurava era appeso nella grande villa di campagna della sua famiglia. Lei, Ira ed Erick si erano conosciuti proprio perché i loro tre nonni erano stati molto amici durante la seconda guerra mondiale. Avevano combattuto in Italia nello stesso reggimento, esattamente dalle parti in cui loro abitavano in quel momento. Ad un tratto, mentre Anne ed Erick saggiavano la consistenza di qualche zucca, Erick gridò un’esclamazione in tedesco e indicò ad Anne una fila di dieci zucche bellissime sotto un noce su di una piccola altura lì vicino. Correndo tra i tralci arrivarono fin lì e pensarono che quelle dieci zucche fossero davvero belle: grandi, sode, mature e di un arancione acceso ai limiti dello sgargiante. Se ne stavano tutte e dieci in fila perfetta sotto questo noce da cui cadevano tante foglie rosse, come gocce di sangue. Se fosse stata una coltivazione, avrebbero detto che dovevano essere di una qualità di gran lunga superiore a tutte le altre.
“Prendiamo due di queste”, disse Erick. Anne annuì un po’ sollevata: avevano trovato le zucche e non era ancora sera, potevano stare tranquilli dopotutto. Con i coltelli portati da casa ne staccarono le due più grosse dal terreno e se le misero in braccio. Poi, mentre stavano per andar via, Anne notò un riflesso in controluce provenire tra le pieghe della corteccia del noce. Si avvicinò e con una mano pulì la macchia splendente coperta dal muschio che le era parso di vedere. Sembrava una targa dorata.
“Cosa c’è Anne?”, domandò Erick tornando indietro.
“Aspetta un attimo. Qui c’è scritto qualcosa. Mi pare che sia una targa di commemorazione. Dice che…dice che nell’Ottobre del ’44 c’è una battaglia tremenda tra i tedeschi in ritirata e i partigiani. I partigiani furono massacrati e per giorni i loro corpi rimasero insepolti su questo campo. Sotto questo albero i tedeschi fucilarono i dieci capi partigiani una volta vinto e…”, Anne si interruppe e soffocò a malapena un grido.
“Cosa c’è adesso Anne?”, chiese Erick esasperato.
Anne indicò tre nomi sotto la targa.
“Il massacro fu compiuto ad opera di…”
Anche Erick si fermò per deglutire, una foglia rossastra gli si poggiò sulla mano. Non riuscì a pronunciare quei tre nomi. Piuttosto stava per dire ad Anne di andarsene, quando i tralci della zucca che aveva tra le braccia gli si strinsero ai polsi, come se avessero preso improvvisamente vita. Imprecò e guardò terrorizzato Anne. La vide combattere disperatamente con i tralci animati della sua zucca. Gridò il suo nome prima di scorgerne molti altri uscire dal suolo come alti serpenti per cingerle le caviglie, la vita e il collo. La terra tra le zucche in fila indiana si aprì, ritirandosi come le acque del mar Morto, e lei venne inghiottita senza nemmeno un grido per colpa di una foglia che le si era infilata in bocca di traverso. Questa fu l’ultima cosa che Erick vide con chiarezza, poi il respiro gli mancò e con lui la terra sotto i piedi. Decine di tralci lo avvolsero e sprofondò, tra le dieci bellissime zucche. Angela quella mattina di Ognissanti tornava da una festa col suo borsone rosso. Sperò che anche quell’anno i vicini tedeschi avessero acceso le zucche sugli scalini di pietra della casa. Rimase felicemente sorpresa quando, tutte attorno al muro del loro appartamento, trovò dieci zucche incredibilmente belle, tutte intagliate e tutte con una candela splendente dentro che spandeva tutt’attorno una breve luce.

(Laura Mango)


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Il Gatto Nero  Click here for the English version

[...]Mi sposai giovane, e fui felice di ritrovare in mia moglie una tendenza non contrastante con la mia. Avendo notato la mia debolezza verso gli animali domestici, non perdeva occasione di procurarmi quelli che mi piacevano. Avevamo diversi uccelli, dei pesciolini, un bel cane, alcuni conigli, una scimmietta, e UN GATTO. Quest'ultimo era un animale bellissimo, di grossezza notevole, completamente nero, e straordinariamente intelligente. Parlando della sua intelligenza, mia moglie che in cuor suo non era scevra di una certa punta di superstizione, faceva frequenti allusioni all'antica credenza popolare secondo la quale tutti i gatti neri siano streghe travestite. Non che ella si esprimesse mai SERIAMENTE su questo punto, e cito questo particolare soltanto perche' mi capita ora, proprio per caso, di ricordarlo. Pluto, cosi' si chiamava il gatto, era il mio animale preferito e il mio compagno di giochi. Io soltanto gli davo da mangiare, ed egli mi seguiva dovunque, per casa: anzi duravo fatica a impedirgli di accompagnarmi persino per la strada. La nostra amicizia si protrasse cosi' per parecchi anni, durante i quali il mio temperamento e il mio carattere in genere, ad opera del demone Intemperanza (arrossisco nel confessarlo), subirono un radicale mutamento verso il peggio. Ero divenuto di giorno in giorno piu' scontroso, piu' irritabile, sempre piu' incurante dei sentimenti altrui. Ero giunto a usare verso mia moglie un linguaggio sconveniente. Alla fine arrivai persino alla violenza personale contro di lei. Naturalmente anche le mie besrtiole ebbero a soffrire di questo mutamento del mio carattere. Non solo le trascuravo, ma le maltrattavo. Verso Pluto comunque sentivo ancora abbastanza tenerezza per trattenermi dal picchiarlo, mentre non mi facevo srupolo di perquotere i conigli, la scimmia, persino il cane, se essi per caso o per affetto mi si mettevano tra i piedi. Ma il mio male peggiorava, quale male infatti e' peggiore dell'alcool? E infine persino Pluto, il quale ormai invecchiava, ed era di conseguenza alquanto stizzoso, persino Pluto comincio' a subire gli effetti del mio cattivo carattere. Una sera, ritornando a casa dai miei vagabondaggi per la citta', ubriaco fradicio, ebbi la sensazione che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai, e l'animale, allora, spaventato dalla mia violenza, mi produsse sulla mano, con i suoi denti, una lieve ferita. In un attimo fui invaso da una furia demonica. Non mi riconoscevo piu'. Era come se la mia anima originaria mi si fosse a un tratto spiccata dal corpo, e una malvagita' peggio che infernale, alimentata dal gin, pervase ogni fibra del mio essere. Mi tolsi di tasca un temperino, lo apersi, afferrai la povera bestia per la gola, e deliberatamente gli feci saltare l'occhio dall'orbita. Arrossisco, avvampo, rabbrividisco, mentre la mia penna descrive questa inaudita atrocita'. Allorche' col mattino la ragione mi ritorno', dopo che il sonno aveva fatto dileguare lungi da me i fumi dell'orgia notturna, provai un sentimento per meta' di orrore, per meta' di rimorso, per il delitto di cui mi ero reso colpevole; ma non era che un sentimento debole e ambiguo, e l'anima ne rimase intatta. Mi rituffai nei miei eccessi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio misfatto. Coll'andare del tempo tuttavia il gatto guari'. Certo la sua occhiaia vuota aveva un aspetto pauroso, ma l'animale non pareva soffrire piu' alcun dolore. Si aggirava per la casa come al solito, ma com'era da aspettarsi, fuggiva terrorizzato non appena mi vedeva. Mi era rimasto ancora abbastanza del mio vecchio cuore per sentirmi a tutta prima addolorato da questo evidente disgusto da parte di una creatura che un tempo mi aveva tanto amato. Ben presto pero' a questo sentimento succedette una viva irritazione. E infine si impadroni' di me, per sommergermi in modo definitivo e irrevocabile, lo spirito della PERVERSITA'. Di questo spirito la filosofia non si cura. Eppure sono sicuro, quanto sono sicuro che la mia anima vive, che la perversita' e' uno degli impulsi piu' primitivi del cuore umano, una di quelle facolta' o sentimenti primari non analizzabili che dirigono il carattere dell'Uomo. Chi non ha almeno cento volte commessa un'azione sciocca o vile, per nessun altro motivo se non perche' sa che non dovrebbe commetterla? Non proviamo noi una tendenza perenne, a dispetto di ogni nostra migliore saggezza, a violare cio' che e' la LEGGE, soltanto perche' la riconosciamo tale? Questo spirito di perversita', ripeto, produsse in me il decadimento finale. Era questo insondabile anelito dell'anima A TORTURARE SE STESSA, a violentare la propria stessa natura, a fare il male soltanto per amore del male, che mi sospinse a continuare e infine a consumare l'offesa che avevo inflitta alla bestia innocente. Un mattino, a sangue freddo le passai un cappio al collo e la impiccai al ramo di un albero; la impiccai, con le lagrime che mi sgorgavano dagli occhi e col piu' amaro rimorso nel cuore; la impiccai PERCHE' sapevo che mi aveva amato, e PERCHE' sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di offesa; la impiccai PERCHE' sapevo che cosi' facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe posto in tale pericolo la mia anima immortale da sottrarla (se una cosa simile fosse possibile) perfina all'infinita misericordia dell'Infinitamente Misericordioso e Infinitamente Terribile Iddio. La notte di quel giorno in cui avevo compiuto questo gesto crudele fui risvegliato nel sonno da grida di "al fuoco! Al fuoco!". I cortinaggi del mio letto erano in fiamme, tutta la casa ardeva. Fu con grande difficolta' che mia moglie, una domestica e io stesso riuscimmo a salvarci dall'incendio. La distruzione fu totale. Tutta la mia sostanza venne inghiottita dal disastro, e da quel momento in avanti io mi abbandonai alla disperazione. Non ho affatto la debolezza di cercar di stabilire un nesso di causa e di effetto tra questa sciagura e l'atrocita' da me commessa. Ma sto enumerando una catena di fatti, e non desidero percio' lasciare incompiuto anche un solo eventuale anello. Il giorno successivo all'incendio mi recai a ispezionare le macerie. Tutti i muri della casa erano caduti, a eccezione di uno solo. Si trattava di un muro divisorio, non molto massiccio, che si trovava verso il mezzo della casa, e contro il quale aveva sempre poggiato la testa del mio letto. In questo punto l'intonaco aveva in gran parte resistito all'azione del fuoco, un particolare che io attribuii al fatto essere stata quella parete appunto ripulita di fresco. Intorno a questo muro si era radunata una densa folla, e molte persone sembravano esaminare un certo tratto di parete con attenzione minutissima e ansiosa. Le parole "Strano!", e "Incredibile!", e altre espressioni consimili eccitarono la mia curiosita'. Mi avvicinai e vidi, quasi fosse scolpita in BAS-RELIEF sulla superficie bianca, l'immagine di un gatto gigantesco. L'effetto era reso con una precisione che aveva veramente del fantastico. Intorno al collo dell'animale penzolava una corda. A tutta prima, nel trovarmi di fronte a quella apparizione, poiche' non potevo considerarla altrimenti, fui invaso da uno sbalordimento e da un terrore incontrollabili. Ma in seguito la ragione mi venne in soccorso. Mi rammentai di avere impiccato il gatto in un giardino adiacente alla casa. Quando era stato dato l'allarme d'incendio questo giardino era stato immediatamente invaso dalla folla, e tra questa qualcuno doveva aver tolto l'animale dall'albero e doveva averlo gettato attraverso la finestra aperta, nella mia stanza. Forse avevano fatto questo con l'intenzione di svegliarmi. La caduta di altre pareti aveva schiacciato la vittima della mia crudelta' nella massa dell'intonaco spalmato di fresco; e la calce di questo, unitamente alle fiamme a all'AMMONIA esalante dalla carogna avevano poi compiuto la raffigurazione che io ora vedevo dinanzi. Per quanto riuscissi a placare con questa riflessione il mio cervello, se non completamente la mia coscienza, e giustificare cosi' il fatto sorprendente che ho teste' narrato, non mi fu tuttavia possibile sottrarmi alla profonda impressione che esso aveva provocato sulla mia fantasia. Per mesi interi non riuscii a liberarmi del fantasma del gatto, e durante tutto quel tempo il mio spirito fu tormentato da un sentimento indefinito che poteva sembrare, ma non era, rimorso. Giunsi sino al punto di rimpiangere la perdita dell'animale e a guardarmi attorno, nei sordidi ambienti che ormai frequentavo d'abitudine, in cerca di qualche altro esemplare della stessa specie, se non proprio del tutto identico, da poter coccolare, e grazie al quale sostituire la bestiola perduta. Una notte, mentre sedevo, in stato di semistupidimento, in una taverna malfamata, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da un oggetto nero che posava sul coperchio di una delle tante botti enormi piene di gin o di rum costituenti il principale arredamento della stanza. Gia' da alcuni minuti stavi fissando proprio il coperchio di quella botte, e fui percio' sorpreso di non essermi accorto prima dell'oggetto che vi era adagiato sopra. Mi avvicinai e lo toccai con la mano. Era un gatto nero enorme, grosso quanto Pluto, e che gli assomigliava in tutto tranne che per un unico particolare. Pluto non aveva un solo pelo bianco in tutto il corpo, mentre questo gatto aveva l'intera zona del petto ricoperta di una larga se pure indefinita macchia bianca. Non appena lo toccai l'animale si alzo' immediatamente, si mise a ronfare forte, si strofino' contro la mia mano, parve insomma felice della mia attenzione verso di lui. Era dunque proprio il gatto di cui andavo in cerca. Offersi subito al taverniere di acquistarlo, ma l'uomo dichiaro' di non avere alcun diritto su quella bestia, poiche' non ne sapeva nulla, ne' mai l'aveva veduta prima. Seguitai ad accarezzarlo, e mentre mi disponevo a ritornare a casa, l'animale dimostro' subito una evidente intenzione di accompagnarmi. Naturalmente ne fui ben contento, e di quando in quando mi chinavo a lisciargli il pelo pur seguitando a procedere nel mio cammino. Non appena giunto a casa la bestia si addomestico' subito e divenne immediatamente il coccolo di mia moglie. Per parte mia mi accorsi ben presto che in me sorgeva contro l'animale una viva antipatia. Era proprio il contrario di quanto avevo preveduto, ma non so perche' o come fosse, la sua manifesta tenerezza verso la mia persona mi indispettiva e disgustava. Gradatamente questi sentimenti di ribrezzo e di insofferenza si tramutarono in un odio profondo. Evitavo l'animale; un vago senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudelta' mi impediva di maltrattarlo fisicamente. Per alcune settimane mi trattenni dal picchiarlo, o dal fargli comunque del danno, ma a poco a poco, oh, per lentissimi gradi, giunsi a considerarlo con un ribrezzo indescrivibile e a fuggire silenziosamente la sua odiosa presenza come sarei fuggito dal lezzo pestilenziale di una malattia contagiosa. Quel che alimentava senza dubbio il mio odio verso l'animale era stata la scoperta, il mattino successivo alla sua venuta nella mia casa, che anche questo gatto, al pari di Pluto, era cieco di un occhio. Questo particolare invece non aveva fatto che renderlo ancora piu' caro a mia moglie, la quale, come gia' ho detto, possedeva in sommo grado quella umanita' di sentimenti che era stata un tempo il mio tratto caratteristico, e la fonte di molte tra le mie piu' semplici e piu' pure soddisfazioni. Ma quanto piu' la mia avversione per questo gatto cresceva, tanto piu' sembrava aumentare da parte sua la tenerezza verso di me. Seguiva i miei passi con una ostinazione che sarebbe difficile far comprendere al lettore. Dovunque mi sedessi, subito si accovacciava sotto la mia seggiola, o mi balzava sulle ginocchia, importunandomi con le sue insopportabili feste. Se mi alzavo per passeggiare, ecco che correva a mettermisi fra i piedie per poco non mi faceva cadere, oppure conficcando nel mio vestito i suoi unghioli lunghi e aguzzi, si arrampicava con questo sistema sino al mio petto. In quei momenti, benche' mi divorasse il desiderio di distruggerlo con un colpo solo, ero trattenuto dal far cio', in parte dal ricordo del mio precedente delitto, ma soprattutto, lasciate che lo confessi subito, da un vero e proprio TERRORE dell'animale. Questo terrore non era esattamente il terrore di un possibile male fisico, e tuttavia non saprei come altrimenti definirlo. Ho quasi vergogna di ammettere - si', persino in questa cella d'infamia, ho quasi vergogna d'ammettere, - che il terrore e l'orrore ispiratimi dall'animale erano stati rafforzati da una tra le piu' chimeriche assurdita' che sia possibile immaginare. Mia moglie aveva piu' d'una volta richiamata la mia attenzione sulla stranezza della macchia di peli bianchi di cui ho gia' accennato, e che costituiva la sola differenza visibile tra questo misterioso gatto e quello che io avevo ucciso. Il lettore si rammentera' che questo segno, per quanto grande, dapprincipio era molto indefinito, mentre invece in seguito (per gradi lentissimi, quasi impercettibili, e che la mia Ragione si rifiuto' a lungo di ammettere, respingendoli come un'assurda fantasia) aveva infine assunto nettezza di contorni e una forma precisa. Esso era divenuto ora la rappresentazione di un oggetto che rabbrividisco a nominare, e per questo soprattutto odiavo e paventavo e avrei voluto sbarazzarmi di quel mostro SE SOLTANTO LO AVESSI OSATO, poiche' questo segno, ripeto, si era finalmente trasformato nella figurazione limpidissima di un oggetto odioso e ributtante: era divenuto una FORCA, oh, lugubre e terribile macchina di orrore e di delitto, di agonia e di morte! E adesso la mia miseria superava la miseria tutta dell'Umanita' intera. E una BESTIA BRUTA, il cui simile io avevo cosi' sprezzantemente annientato, una BESTIA BRUTA doveva foggiare per ME, per me uomo, fatto a immagine dell'Altissimo Iddio, un cosi' intollerabile tormento? Ahime'! Non conobbi piu' ne' di notte ne' di giorno la benedizione del riposo! Di giorno l'animale non mi lasciava solo neppure per un istante; e di notte mi svegliavo di ora in ora di soprassalto, da incubi grevi di indicibile paura, per sentirmi l'alito caldo di QUELLA COSA sulla faccia, e la vasta massa del suo corpo. Incubo incarnato che non avevo il potere di scuotermi di dosso, eternamente incombente sul mio CUORE! Sotto l'incalzare di siffatte torture, quel poco di bene che ancora restava in me scomparve. Pensieri malvagi divennero i miei soli compagni, ed erano i piu' tetri, i piu' malvagi dei pensieri. L'ombrosita' abituale del mio carattere si tramuto' in un odio forsennato di tutte le cose e dell'intera umanita'; mentre degli scoppi improvvisi, frequenti, incontrollabili di collera ai quali ora io ciecamente mi abbandonavo, la mia docile moglie, era divenuta, ahime! la vittima piu' consueta e piu' paziente. Un giorno ella mi accompagno' per necessita' domestiche nello scantinato del vecchio edificio dove la nostra poverta' ci costringeva ora ad abitare. Il gatto naturalmente mi aveva seguito giu' per i ripidi scalini, e, avendo io evitato per vero miracolo di cadere lungo disteso per causa sua, mi aveva esasperato sino alla follia. Sollevai una scure e dimenticando nella mia collera il terrore puerile che sino a quel momento mi aveva trattenuto la mano, diressi contro l'animale un colpo che certo lo avrebbe ucciso all'istante se fosse calato come io avrei voluto. Ma questo colpo fu arrestato dalla mano di mia moglie. La sua intromissione mi colmo' di furore demoniaco e liberando violentemente il mio braccio dala sua stretta le affondai la scure nel cervello. Ella cadde morta stecchita, senza emettere un gemito. Appena compiuto questo odioso crimine, mi posi immediatamente e con frdda deliberazione all'impresa di occultare il cadavere. Sapevo che non mi era possibile rimuoverlo dalla casa, ne' di giorno ne' di notte, senza correre il rischio di essere notato dai vicini. Formai nella mia mente molti progetti. A tutta prima pensai di tagliare il cadavere in pezzi minuti e di distruggerli nel fuoco. In un secondo tempo decisi di scavare una fossa nel pavimento della cantina. Poi architettai di gettarlo nel pozzo del cortile, oppure di porlo dentro una scatola, come se fosse della merce, e ordinare al portiere di portarlo via da casa. Infine escogitai quello che mi parve l'espediente migliore. Decisi di murarlo nella cantina stessa, come si narra solessero murare le proprie vittime i monaci medievali. La cantina era adattissima a uno scopo come il mio. Le sue pareti erano state costruite rozzamente, e di fresco intonacate con cemento grossolano, cui l'umidita' atmosferica aveva impedito d'indurirsi. Inoltre in una delle pareti vi era uno sporto, provocato da un falso camino, o caminetto, che era stato riempito e trasformato in modo da somigliare al resto dello scantinato. Mi assicurai che mi sarebbe stato facile spostare i mattoni in quel punto, inserirvi il cadavere, e tornare a murare il tutto come prima, in modo che nessun occhio umano potesse scorgervi alcunche' di sospetto. I miei calcoli non dovevano ingannarmi. Con l'aiuto di una sbarra di ferro scostai facilmente i mattoni, e dopo avere accuratamente deposto il cadavere contro la parete interna, lo puntellai in quella posizione mentre andavo via via riaccomodando senza fatica l'intera opera muraria cosi' come era stata originariamente costruita. Mi ero procurato con tutte le possibili cautele della calce e della sabbia, avevo preparato l'intonaco in modo che non era assolutamente possibile distinguerlo dal vecchio, e con esso ricopersi accuratamente la nuova opera muraria. Quando ebbi finito mi accorsi con soddisfazione di aver compiuto un buon lavoro. Il muro non sembrava essere stato manomesso minimamente. Spazzai con attenzione minutissima il pavimento dei rifiuti e delle scorie di cui lo avevo sporcato. Mi guardai attorno trionfante e dissi a me stesso: "Meno male! Le mie fatiche non sono state vane". Subito dopo, il mio primo pensiero fu quello di andare in cerca dell'animale che era stata la causa di tanta sciagura, poiche' ero ormai fermamente deciso ad ucciderlo. Se fossi stato in grado di acchiapparlo in quel momento, il suo destino sarebbe stato indubbiamente segnato, ma, a quel che pareva, l'astuta bestia si era spaventata del mio precedente accesso di collera, e si guardava bene dal presentarsi al mio cospetto, date le attuali condizioni del mio umore. Mi e' impossibile descrivere, o fare immaginare al lettore, il senso profondo, quasi estatico di sollievo che la constatazione della scomparsa dell'odiata creatura suscito' nel mio petto. Per tutta quella notte non si fece vedere, e cosi' per una notte almeno, da quando si era introdotto nella mia casa, riuscii a dormire di un sonno profondo e pacifico; si', DORMII nonostante il peso del delitto che mi gravava sull'anima! Passo' il secondo giorno, passo' il terzo, ma il mio tormentatore non comparve. Tornai a respirare come un uomo libero. Certo il mostro, spaventato, era fuggito dalla mia casa per sempre! Non lo avrei piu' veduto! La mia felicita' era al colmo! Non sentivo quasi la colpa del mio truce misfatto. Mi erano state rivolte alcune domande, ma avevo saputo rispondere a tutte in modo soddisfacente. Era stata persino ordinata un'inchiesta, ma naturalmente nessuno aveva scoperto nulla. Ero certo di avere ormai assicurato un avvenire tranquillo e sereno. Il quarto giorno successivo all'assassinio entro' pero' inaspettatamente in casa mia una squadra di poliziontti che procedette a un rigoroso esame dei locali. Sicuro pero' della inaccessibilita' del mio nascondiglio non provai alcun imbarazzo. I funzionari di polizia mi pregarono di accompagnarli nela loro perquisizione. Ogni angolo, ogni ripostiglio fu attentamente esplorato. Infine scesero in cantina per la terza o quarta volta. Non uno solo dei miei muscoli tremo'. Il mio cuore batteva calmo come batte a chi dorme nel sonno dell'innocenza. Percorsi la cantina da un capo all'altro, tenendo le braccia incrociate sul petto, e aggirandomi di qua e di la' con disinvoltura. I poliziotti si dichiararono soddisfatti e si disposero ad andarsene. L'esultanza del mio cuore era troppo intensa perche' potessi trattenerla. Bruciavo dal dire ancora una parola sola, per rafforzare il mio trionfo, e rassicurarli doppiamente dela mia innocenza. - Signori, - dissi infine, mentre gia' stavano salendo i gradini, - sono lieto di avere calmato i vostri sospetti. Vi auguro buona salute, e vi porgo i miei omaggi. A proposito, signori, questa... questa e' una casa costruita meravigliosamente bene. - (Nel desiderio morboso di parlare con disinvoltura, quasi non mi rendevo conto delle parole che proferivo). - Posso dire anzi che e' una casa costruita in maniera ECCELLENTE. Queste pareti, ve ne state gia' andando, signori? queste pareti, guardate come sono solide! - E a questo punto, in una vera frenesia di sfida, picchiai pesantemente con la mazza che tenevo in mano proprio su quel tratto di opera muraria dietro al quale stava il cadavere della moglie che io avevo tanto amata. Ma possa Iddio proteggermi e liberarmi dagli artigli dell'Arcidemonio! Non appena gli echi dei miei colpi si furono spenti nel silenzio, ecco che ad essi una voce rispose dal segreto loculo! Era un pianto, dapprima soffocato e interrotto, come il singhiozzare di un bambino, che rapidamente si enfio' sino a divenire un unico lungo, alto, continuo urlo, indicibilmente strano e inumano, un ululato, uno strido guaiolante, per meta' di orrore e per meta' di trionfo, quale solo avrebbe potuto levarsi dal fondo dell'inferno, se le gole di tutti i dannati nella loro angoscia e tutti i demoni nell'esultanza della dannazione umana si fossero insieme congiunte. Di quel che fossero i miei pensieri in quel momento e' follia parlare. Sentendomi venir meno, arretrai barcollando verso la parete opposta. Per un attimo i poliziotti, giunti gia' in cima alle scale ristettero immobili, raggelati dall'orrore e da una specie di arcana paura. Un attimo dopo dodici braccia robuste si davano da fare attorno alla parete. Questa cadde di colpo in tutta la sua massa. Il cadavere, gia' quasi interamente decomposto e chiazzato di sangue raggrumato, apparve eretto dinazi agli occhi degli agenti. Sul suo capo, con la sua rossa bocca spalancata e l'unico occhio di fiamma, sedeva lo spaventoso animale la cui malizia mi aveva indotto al delitto, e la cui voce rivelatrice mi aveva consegnato al boia. Avevo murato il mostro entro la tomba!

(E.A.Poe)


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Le vicende relative al caso del signor Valdemar  Click here for the English version

NATURALMENTE non pretendero' di ritenere un fatto straordinario che il sorprendente caso del signor Valdemar abbia provocato tante discussioni: sarebbe un miracolo se cio' non fosse stato, date soprattutto le circostanze. In seguito al desiderio di tutte le parti interessate di tenere nascosta la vicenda al pubblico, per il momento almeno, o fino a che non avessimo avuto occasioni per una ricerca piu' approfondita, in seguito appunto ai nostri sforzi per ottenere questo, si e' sparsa tra la gente una versione del fatto arbitraria ed esagerata, la quale e' divenuta fonte di molte ipotesi sgradevoli ed errate e logicamente di grande incredulita'. E' ora necessario che io dia i FATTI cosi' come li conosco. Eccoli in succinto. La mia attenzione, in questi ultimi tre anni, e' stata rispettivamente attratta dal mesmerismo (o magnetismo animale, dal nome del medico tedesco Franz Mesmer (1734-1815), ideatore di tale teoria. N.d.r), e circa nove mesi or sono mi venne in mente cosi' all'improvviso che nella serie delle esperienze da me sino a quel momento compiute vi era stata un'omissione gravissima e assolutamente ingiustificabile, che cioe' nessuno era ancora mai stato mesmerizzato in ARTICULO MORTIS. Era da vedere per prima cosa se in tale condizione esistesse nel paziente una suscettibilita' qualsiasi all'influenza magnetica; secondariamente, nel caso che tale suscettibilita' esistesse, se questa fosse diminuita o accresciuta dalla condizione predetta. In terzo luogo sino a qual punto, e per quanto tempo, potessero essere fermate mediante questo processo le pretese inesorabili della Morte. Vi erano ancora altri punti che avrebbero dovuto essere accertati, ma i suaccennati eccitavano particolarmente la mia curiosita', l'ultimo soprattutto, per la portata vastissima delle sue eventuali conseguenze. Nel guardarmi attorno in cerca di un soggetto grazie al quale io potessi saggiare queste mie ipotesi, venni indotto a pensare al mio amico Ernest Valdemar, il notissimo compilatore della "Bibliotheca Forensica" e autore (sotto lo pseudonimo di Issachar Marx) delle versioni in polacco del "Wallenstein" e del "Gargantua". Il signor Valdemar, il quale aveva dimorato per lo piu' nel quartiere di Harlem, nello Stato di New York, sin dal 1839 e' (o era) caratterizzato principalmente da un'estrema magrezza della persona (i suoi arti inferiori rammentavano moltissimo quelli di John Randolph), nonche', pure, dall'immacolato biancore dei suoi baffi stranamente in contrasto con la nerezza dei capelli, i quali, di conseguenza, venivano generalmente scambiati per una parrucca. Era di temperamento spiccatamente nervoso, il che lo rendeva un soggetto ottimo per le esperienze mesmeriche. Ero riuscito un paio di volte a farlo addormentare quasi senza difficolta', ma ero stato deluso in altri risultati che la sua particolare costituzione mi aveva naturalmente indotto a prevedere. La sua volonta' non si era mai trovata positivamente o totalmente sotto il mio controllo, e in quanto alla chiaroveggenza, non ero mai riuscito a compiere con lui nulla di concreto. Avevo sempre attribuito il mio insuccesso su questi punti alle sue alterate condizioni di salute. Gia' alcuni mesi prima ch'io avessi occasione di fare la sua conoscenza i medici lo avevano dichiarato irrevocabilmente tubercolotico. Del resto era sua abitudine parlare con calma della propria imminente fine, come di cosa che non poteva essere ne' evitata ne' rimpianta. Allorche' incominciai a riflettere su quanto ho accenato prima, fu logicamente naturalissimo che io pensassi al signor Valdemar. Conoscevo troppo bene la salda mente filosofica dell'uomo per temere da LUI scrupoli di qualsiasi genere, ne' d'altronde egli aveva parenti in America che potessero intromettersi. Gli parlai francamente del mio progetto, e con mia sorpresa vidi di avere fortemente suscitato il suo interesse. Dico con sorpresa perche', sebbene egli mi avesse sempre concesso di servirmi liberamente della sua persona per le mie esperienze, non aveva mai dimostrato prima d'allora una speciale simpatia per quel che io facevo. Il male che lo minava era di quelli che permettono un calcolo esatto intorno al tempo della conclusione letale, e infine ci accordammo ventiquattr'ore prima del momento che i suoi medici avrebbero decretato essere quello del trapasso. Sono trascorsi ormai piu' di sette mesi da quando io ho ricevuto da parte del signor Valdemar in persona il seguente biglietto: "Caro P... "Puo' anche venire ADESSO. D... e F... sono concordi nel dichiarare che io non potro' durare oltre la mezzanotte di domani, e ritengo che abbiano colto pressoche' esattamente nel segno. Valdemar". Ricevetti questo biglietto circa mezz'ora dopo che era stato scritto, e in capo ad altri quindici minuti mi trovavo nella camera del morente. Non lo vedevo da dieci giorni, e rimasi esterrefatto dallo spaventoso mutamento avvenuto in lui durante quel breve intervallo. Il suo volto era soffuso di una tinta plumbea; gli occhi avevano perduto ogni luce, e la sua emaciatezza era tale che la pelle gli si era rotta sugli zigomi. Soffriva di un'espettorazione abbondantissima: il polso era appena percettibile. Egli aveva conservato pero' in modo sorprendente non solo le sue piene facolta' mentali, ma anche una certa somma di energie fisiche. Si esprimeva udibilmente, prendeva senza aiuto alcuni medicamenti palliativi, e, allorche' io entrai nella sua stanza, era intento a segnare a matita alcuni appunti su un taccuino. Era seduto sul letto appoggiato contro una montagna di cuscini. Lo vegliavano i dottori D... e F... Dopo aver stretto la mano di Valdemar presi in disparte questi signori e ottenni da loro una relazione minuta circa le condizioni del paziente. Il polmone sinistro era da diciotto mesi in uno stato semiosseo o cartilaginoso, ed era divenuto naturalmente del tutto inservibile agli scopi della vita. Anche il polmone destro, nella regione superiore, si era parzialmente se non totalmente ossificato, mentre la regione inferiore non era piu' che una massa di tubercoli purulenti confondentisi gli uni negli altri. Esistevano varie perforazioni assai vaste, e in un punto era avvenuta un'aderenza permanente alle costole. Questi sintomi rivelati dal lobo destro erano di data relativamente recente. Il processo di ossificazione era progradito con rapidita' assai insolita; ancora un mese prima non ne era stato notato il minimo sintomo, e l'aderenza era stata scoperta soltanto tre giorni innanzi. Indipendentemente dal processo di consumazione, il paziente era sospetto di aneurisma dell'aorta, ma in questa regione i sistemi ossei rendevano impossibile una diagnosi esatta. Entrambi i medici erano d'opinione che il signor Valdemar sarebbe morto verso la mezzanotte dell'indomani (domenica). Erano in quel momento le sette del sabato sera. Nell'allontanarsi dal capezzale dell'infermo per discorrere con me, i dotti D... e F... gli avevano rivolto un saluto finale. Non era nelle loro intenzioni di ritornare, ma su mia richiesta promisero che sarebbero venuti a dare un'occhiata al paziente, verso le dieci della sera successiva. Quando se ne furono andati discussi apertamente col signor Valdemar intorno all'argomento della sua fine imminente, nonche', e con maggiori particolari, intorno all'esperienza che mi proponevo di tentare. Egli si dichiaro' tuttora dispostissimo e anzi impaziente di parteciparvi, e insistette perche' iniziassi subito. Ero assistito da un infermiere e da una infermiera, ma non mi sentivo d'imbarcarmi in un compito di quella fatta con testimoni cosi' poco sicuri, nel caso avvenisse una catastrofe improvvisa. Rimandai percio' il tentativo alle otto circa della sera seguente, allorche' la venuta di uno studente di medicina che conoscevo abbastanza bene (il signor Teodoro L.....) mi libero' da ogni ulteriore scrupolo e incertezza. Era stato in origine mio desiderio di attendere il ritorno dei medici, ma fui indotto a procedere, prima di tutto dalle incalzanti suppliche del signor Valdemar, e in secondo luogo dall'intimo convincimento che non avevo un minuto da perdere, poiche' lo vedevo declinare rapidamente e a vista d'occhio. L..... ebbe la bonta' di aderire al mio desiderio, che egli stendesse cioe' nota di tutto quanto accadeva, ed e' proprio dai suoi appunti che ho raccolto,riassumendoli o copiandoli PAROLA PER PAROLA, quanto sto ora per narrare. Mancavano circa cinque minuti alle otto quando, prendendo la mano del paziente, lo pregai di dichiarare, quanto piu' chiaramente gli era possibile, al signor L...., se egli (Valdemar) era realmente consenziente che io iniziassi l'esperimento di mesmerizzazione della sua persona nelle sue attuali condizioni. Mi rispose debolmente, e tuttavia con voce chiaramente udibile: - Si, desidero essere mesmerizzato; - aggiungendo subito dopo: - Temo che lei abbia rimandato l'esperienza gia' di troppo. Mentre diceva questo incominciai a eseguire i passaggi che altre volte avevo trovato particolarmente efficaci in un soggetto quale il suo. Egli rimase evidentemente influenzato dal primo movimento laterale della mia mano attraverso la sua fronte, ma benche' esercitassi tutti i miei poteri non ottenni alcun ulteriore effetto notevole se non alcuni minuti dopo le dieci, quando cioe' sopraggiunsero, mantenendo fede al loro impegno, i dottori D... e F... Spiegai loro in poche parole quel che avevo in animo, ed essi non mi fecero alcuna obiezione, affermando anzi che il paziente era gia' entrato in stato agonico. Procedetti allora senza esitazione, sostituendo pero' ai passaggi laterali quelli con moto verso il basso, e affissando il mio sguardo unicamente entro l'occhio destro del paziente. Il polso era ormai impercettibile e la respirazione rantolante, con pause di mezzo minuto. Questo stato rimase pressoche' immutato durante un quarto d'ora. Al termine di questo periodo pero' dal petto del morente sfuggi' un sospiro naturale benche' profondissimo, e l'affanno stertoroso cesso'; vale a dire, il rantolo agonico non era piu' udibile; le pause non diminuirono. Le estremita' del paziente erano fredde come il ghiaccio. Cinque minuti prima delle undici percepii i primi segni inequivocabili dell'influenza mesmerica. Il roteare vitreo dell'occhio si muto' in quell'espressione di inquieta disamina INTERIORE che non si avverte mai se non nei casi di sonnambulismo, e sulla quale e' del tutto impossibile ingannarsi. Con pochi rapidi passaggi laterali feci tremare le labbra come in un sonno incipiente, e con pochi altri le chiusi del tutto. Non mi sentivo soddisfatto, tuttavia, e continuai percio' energicamente nelle mie manipolazioni, esercitando al massimo la volonta', finche' non ebbi irrigidito totalmente le membra del dormiente, non prima pero' di averle fissate in una posizione apparentemente comoda. Le gambe erano dostese in tutta la loro lunghezza, e cosi' anche le braccia, o pressapoco, e queste posavano sul letto a una giusta distanza dai lombi. Il capo era assai leggermente sollevato. Quando ebbi terminato tutto cio' era mezzanotte in pieno, e io chiesi ai signori presenti di esaminare le condizioni di Valdemar. Dopo brevi esperimenti costoro dichiararono di trovarlo in uno stato insolitamente perfetto di TRANCE mesmerica. La curiosita' di entrambi i medici era grandemente eccitata. Il dottor D... decise subito di restare presso il paziente tutta la notte, mentre il dottor F... si congedo' con la promessa che sarebbe ritornato all'alba. L..... e gli infermieri rimasero. Lasciammo indisturbato Valdemar sino alle tre circa del mattino. A quell'ora mi avvicinai a lui e lo trovai esattamente nelle medesime condizioni di quando il dottor F... si era allontanato; vale a dire che giaceva esattamente nella medesima posizione; il polso era impercettibile; la respirazione lieve (o per meglio dire appena avvertibile, e verificabile soltanto avvicinando alle labbra uno specchio); gli occhi erano naturalmente chiusi, e le membra rigide e fredde come marmo. Tuttavia l'aspetto generale non era certo quello della morte. Nell'avvicinarmi a Valdemar, feci una specie di semisforzo nel tentativo di influenzare il suo braccio destro a seguire il mio, che feci passare dolcemente innanzi e indietro sulla sua persona. In questi esperimenti su di lui non ero mai del tutto riuscito prima d'allora, e certo non speravo molto di riuscirvi adesso, ma con mio stupore il suo braccio assai prontamente, seppur debolmente, prese a seguire ogni direzione da me indicata col mio. Decisi di arrischiare qualche parola di conversazione. - Signor Valdemar, - dissi, - dorme? - Non mi diede risposta, ma avvertii un tremito intorno alle labbra e mi sentii percio' indotto a ripetere la domanda una seconda volta. Alla terza tutto il suo corpo fu agitato da un brivido lievissimo; le palpebre si dischiusero sino a lasciare intravedere un segmento bianco del globo oculare; le labbra si mossero pigramente, e da esse in un sussurro a stento udibile uscirono queste parole: - Si; adesso dormo. Non mi svegliate! Lasciatemi morire cosi'... A questo punto gli tastai le membra e le sentii piu' rigide che mai. Il braccio desto, come prima, obbedi' alla direzione della mia mano. Interrogai nuovamente il sonnambulo: - Sente ancora dolore al petto, signor Valdemar? La risposta ora fu immediata, ma perfino piu' impercettibile della precedente: - Nessun dolore... Sto morendo... Non ritenni prudente di disturbarlo oltre proprio in quel momento, e null'altro fu detto o fatto sino al ritorno del dottor F..., il quale giunse poco prima dell'alba, ed espresse il piu' illimitato stupore nel trovare il paziente ancora in vita. Dopo avergli tastato il polso e avergli avvicinato uno specchio alle labbra mi prego' di rivolgere nuovamente la parola al sonnambulo. Obbedii e dissi: - Signor Valdemar, dorme ancora? Come per l'innanzi, trascorsero alcuni minuti prima che potessi ottenere una risposta; e durante questa pausa il morente parve raccogliere tutte le sue energie per parlare. Alla quarta ripetizione della domanda disse debolissimamente, con voce appena percettibile: - Si, ancora... Muoio. I medici dimostrarono ora il parere, o meglio il desiderio, che Valdemar fosse lasciato indisturbato in quel suo stato di apparente tranquillita', sino al sopravvenire della morte, la quale, secondo l'opinione generale, era ormai questione di pochi minuti. Decisi nondimeno di rivolgergli la parola ancora una volta, limitandomi a ripetere la domanda postagli in precedenza. Mentre parlavo si produsse nell'aspetto del sonnambulo un mutamento sensibile. Gli occhi si aprirono da soli, lentamente, roteando, le pupille scomparvero all'insu'; la pelle assunse una sfumatura cadaverica, venendo a rassomigliare non tanto alla pergamena, quanto a un foglio di carta bianca. E le macchie circolari tipiche dell'etisia che sino a quel momento erano risaltate con evidenza al centro di ciascuna guancia, si estinsero a un tratto. Uso quest'espressione, poiche' la subitaneita' della loro scomparsa mi diede la sensazione dello spegnersi di una candela sotto un soffio di fiato. Il labbro superiore, contemporaneamente, si accartoccio' scostandosi dai denti, che prima ne erano stati completamente coperti, mentre la mascella inferiore cadde con uno scatto secco, lasciando la bocca spalancata e rivelando in pieno la lingua enfiata e annerita. Immagino che tutti coloro che si trovavano nella stanza fossero da tempo abituati agli orrori della morte, ma in quel momento l'aspetto di Valdemar era cosi' terribilmente spaventoso, che tutti si ritrassero istintivamente dal letto. Ho l'impressione di essere giunto al punto di questa mia narrazione in cui tutti i miei lettori rimarranno irriducibilmente increduli. Ma e' mio compito limitarmi a proseguire nel racconto. Il corpo di Valdemar non presentava ormai piu' il benche' minimo segno di vita, e giudicandolo morto stavamo per affidarlo alle cure degli infermieri, allorche' avvertimmo nella lingua un forte movimento vibratorio, il quale si protrasse per forse un minuto. Al termine di questo, usci' dalle mascelle contratte e immobili una voce quale sarebbe demenza da parte mia tentare di descrivere. Vi sono in realta' due o tre aggettivi che potrebbero essere usati con sufficiente approssimazione per raffigurarla; potrei dire per esempio che il suono di quella voce era aspro, spezzato, cavo; ma essa e' indescrivibile nel suo spaventoso complesso, per il semplice motivo che un suono simile mai e' giunto a orecchie umane. Vi erano pero' in essa due particolari che giudicai allora, e giudico tuttora, come abbastanza caratteristici dell'intonazione, e anche abbastanza adatti a rendere l'idea della sua extraterrena stranezza. Prima di tutto, sembrava che la voce giungesse alle nostre orecchie, alle mie almeno, da una distanza enorme, o da qualche profonda caverna sotto la superficie della terra. In secondo luogo essa m'impressiono' (temo veramente che mi sara' impossibile farmi intendere) cosi' come una sostanza gelatinosa o glutinosa impressiona il senso del tatto. Ho parlato sia di "suono", sia di "voce". Intendo dire con questo che il suono aveva una sillabazione distinta; oserei anzi aggiungere: meravigliosamente, sorprendentemente distinta. Valdemar PARLAVA evidentemente in risposta alla domanda che io gli avevo rivolto alcuni minuti prima. Gli avevo chiesto, si ricordera', se dormisse ancora. Egli ora mi rispose: - Si; no; HO dormito, e adesso, adesso... sono morto. Nessuno dei presenti cerco' di dissimulare, o tento' di reprimere, l'orrore indicibile, raccapricciante, che queste poche parole, cosi' pronunciate, erano destinate a suscitare. L.....(lo studente) svenne. Gli infermieri lasciarono immediatamente la stanza e nulla pote' indurli a ritornare. Non tentero' di spiegare al lettore le mie impressioni personali. Per circa un'ora ci affaccendammo in silenzio, senza proferire una sola parola, a cercar di rianimare L..... Quando questi si riebbe ci rimettemmo allo studio delle condizioni di Valdemar. Queste erano rimaste in tutto e per tutto come io le ho piu' sopra descritte, a eccezione che lo specchio ora non offriva piu' traccia di respirazione. Un tentativo di cavar sangue dal braccio falli'. Devo inoltre aggiungere che quest'arto non era piu' soggetto alla mia volonta'. Invano tentai di fargli seguire la direzione della mia mano. Il solo indice tangibile dell'influsso mesmerico era ora avvertibile nel moto vibratorio della lingua, ogni qualvolta io rivolgevo una domanda a Valdemar. Sembrava ogni volta li' li' per rispondere, ma non aveva piu' volitivita' bastante. Alle domande rivoltegli da altri appariva essere del tutto insensibile, per quanto io cercassi di porre ciascuno degli astanti in RAPPORTO mesmerico con lui. Credo di avere ormai riferito quanto e' necessario per la comprensione dello stato del sonnambulo in quel momento. Vennero mandati a chiamare altri infermieri, a alle dieci lasciai la casa in compagnia dei due medici e di L..... Nel pomeriggio ritornammo tutti insieme a visitare il paziente. Le sue condizioni erano rimaste precisamente le stesse. Discutemmo alquanto circa la convenienza e la possibilita' di risvegliarlo, ma non tardammo ad accordarci che non avremmo ottenuto con questo alcun risultato positivo. Era evidente che la morte (o cio' che di solito si definisce morte) era stata arrestata dal processo mesmerico. Tutti convenimmo che risvegliare Valdemar sarebbe equivalso a provocare la sua immediata o comunque rapida disgregazione. Da quel momento sino al termine della scorsa settimana, DURANTE DUNQUE UN INTERVALLO DI QUASI SETTE MESI, continuammo a recarci giornalmente a casa di Valdemar, accompagnati di quando in quando da uomini di medicina e altri amici. In tutto questo tempo il sonnambulo e' rimasto ESATTAMENTE come io l'ho descritto. Gli infermieri lo sorvegliavano senza interruzione. Fu venerdi' scorso che decidemmo finalmente di tentare l'esperienza del risveglio, di cercare cioe' di destarlo; ed e' (forse) lo sfortunato risultato di quest'ultimo esperimento che ha suscitato tante discussioni nei circoli privati, e cio', in una parola, che io non posso fare a meno di giudicare un risentimento popolare ingiustificato. Allo scopo di liberare Valdemar dalla TRANCE mesmerica, usai i soliti passaggi. Questi rimasero per un certo tempo infruttuosi. Il primo indice di rinascita fu rivelato da un abbassamento parziale dell'iride. Venne osservato, come particolarmente degno di nota, che questa discesa della pupilla fu accompagnata da una irrorazione profusa di icore giallastro (da sotto alle palpebre) di odore pungente e fetidissimo. Venni successivamente consigliato di tentar d'influenzare il braccio del paziente, come per l'innanzi. Questo tentativo pero' falli'. Il dottor F... espresse allora il desiderio che io formulassi una domanda. Obbedii e chiesi: - Signor Valdemar, puo' spiegarci quali sono attualmente le sue sensazioni o i suoi desideri? Per un attimo le guance si reinvermigliarono delle loro caratteristiche macchie d'etisia; la lingua vibro', o meglio roteo' violentemente nella bocca (benche' labbra e mascella restassero rigide come per l'innanzi) e infine quella medesima voce spaventosa che gia' ho descritta proruppe: - Per amor di Dio! Presto! Presto! Mettetemi a dormire. Oppure... presto! svegliatemi! Presto! VI DICO CHE SONO MORTO! Ero indicibilmente sconvolto, e per un attimo rimasi incerto su quel che dovevo fare. Tentai dapprima di ricomporre il paziente, ma, fallito questo tentativo per la totale sospensione della volonta', ritornai sul mio operato e con altrettanta energia lottai per svegliarlo. Questa volta mi avvidi subito che sarei riuscito o per lo meno mi lusingai che tra breve il mio successo sarebbe stato completo, e sono certo che tutti nella stanza erano preparati ad assistere al risveglio del paziente. Ma a quanto in realta' avvenne, non era davvero possibile essere preparati. Mentre eseguivo rapidamente i passaggi mesmerici tra esclamazioni di "morto! morto!" che letteralmente PROROMPEVANO dalla lingua anziche' dalle labbra del paziente, tutto il corpo di questi, immediatamente, nello spazio di un solo minuto, forse anche meno, si rattrappi', si sbriciolo', in una parola si CORRUPPE e si DISSOLSE sotto le mie mani. Sul letto, di fronte a tutti i presenti, non rimase che una massa quasi liquida di putridume ributtante, spaventoso.

(E.A.Poe)


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